Contaminazioni – pandemiche e letterarie

Copertina di “Contaminazioni”

“Contaminazioni”, come suggerisce il titolo di questo splendido volume antologico – edito dalla casa editrice Tabula Fati, ben affermata nel settore della Fantascienza italiana – molto accattivante già dalla copertina dallo stile cyberpunk, e ottimamente curato da Vittorio Piccirillo, presente anche in veste di autore di uno dei racconti, e che comunque riprende un tema ben noto della Fantascienza, quello dei mutanti e dei virus, vuole sottolineare il legame cogente tra il nostro genere letterario e le problematiche presenti della società attuale, e quindi affronta il tema doloroso e allarmante della pandemia, a cui tutti c’eravamo dovuti abituare ma che i racconti dell’antologia trattano in modo sorprendente, usando strategie proiettive destinate a creare sense of wonder ma anche a lanciare messaggi etici per una ricostruzione, anche dei rapporti.

Il racconto “Il vecchio” è più epico-mitico che non fantascientifico in senso stretto, perché è ambientato in una giungla ai piedi dell’Himalaya, quindi in un contesto esotico ma nel futuro, e la lotta tra due opposte civiltà riverbera la cultura di Sparta da una parte e quella giapponese dall’altra, con in più la presenza dei pericoli naturali, rappresentati da una tigre feroce. L’apparizione di un vecchio saggio, tra sogno e altra dimensione, portatore del messaggio gandhiano della non-violenza, porterà il protagonista guerriero a desiderare il ritorno pacifico alla Patria, agli affetti e al senso di comunità; proprio come dovremmo fare tutti malgrado nei giorni in cui scrivevo l’inizio di questa recensione, inopinatamente, fosse scoppiata una nuova guerra, quella in Ukraina – senza che ci facesse dimenticare altre, altrettanto insensate – che senz’altro aggravava e aggrava la condizione degli uomini e delle donne comuni, in carne e ossa, che assistono alle escalation di chi detiene il potere.

Declinazione diversa è quella di “La fine di Mall”, in ci si mostra come un pianeta retto da tre valori un po’ freddi, “logica, efficienza e velocità”, sulla falsariga nel nostro a volte malinteso progresso occidentale, effettivamente si ritrova in condizioni di contagio a causa dell’errore individuale di un membro che ha voluto per motivi estetico-affettivi compiere un piccolo gesto non ortodosso. Le contromisure sembrano tristi ma opportune, però l’autore ci fa riflettere su quanto il futuro sia imprevedibile e bizzarro nonostante gli strumenti tecnologici che approntiamo. Una riflessione paradossale sulla bizzarria del destino che mi trova in sintonia. Di certo, anche se la storia fa parte di un ciclo, come altri racconti della raccolta, la morale è chiara, perché la successiva civiltà viene fondata su principi diversi: “riconoscenza, empatie e curiosità”. Anche se la curiosità può a volte essere pericolosa, il culto dell’efficienza d’altro canto non può garantire davvero una protezione.

Gli amanti, in un dipinto del surrealista Magritte

“Il nemico invisibile” è di un’autrice che usa anche lei lo schema narrativo del doppio mondo, ma in questo caso uno è fantastico e l’altro “reale”, ovvero coincidente col nostro. I vincitori tornano “qui” tra noi a riposarsi, e si sviluppa anche un gradevole elemento romance, con le donne che, col loro punto di vista chiaramente interno alla narrazione, descrivono i loro uomini con un certo compiacimento estetico, decisamente simpatico. Anche qui compare il virus, che è legato però a quei comportamenti anomali che suscitano gelosia sentimentale. Il “nemico invisibile” può quindi essere il, o la, rivale in amore… ohibò! Viene sintetizzato un vaccino che, coerentemente col contesto, è un rimedio da erboristeria. La sintomatologia si attenuerà e ciò che ne rimane renderà un po’ goffo il tenebroso protagonista, che non capendo cosa gli stia succedendo provocherà il riso liberatorio della protagonista e dell’amica. Ingegnoso e vivace esempio di trasposizione fantastica ibrida di dinamiche affettive in cui chiunque può riconoscersi.

Molto interessante è il racconto che porta un titolo furbo, immediato eppure dal significato a sorpresa, l’acrostico “C.O.V.I.D.”: il punto di partenza è il mondo dei ricercatori, che vivono una realtà in cui il progresso ha un senso anche etico ma che va protetta dagli assalti dei malintenzionati, a costo di rinunciare alla propria vita privata. La coppia dei protagonisti è unita e ha deciso di trasferirsi insieme in una base segreta, in una località dell’ex URSS, la cui attività però favorisce anche scambi commerciali con l’Occidente, nel segno di una globalizzazione positiva. In questo panorama si innesta il virus cinese. Il calco della nostra realtà appare ancora più stringente quando si fa cenno alla disinformazione; il progetto a cui stanno lavorando è proprio C.O.V.I.D. come dispositivo informatico per distinguere i fatti reali dalle fake news. Ma qualcosa va storto: i ricercatori si infettano e il C.O.V.I.D. sembra funzionare al contrario. Quindi il contesto FS è dato dall’ambiente degli sviluppatori informatici e delle intelligenze Artificiali, tanto più che il ruolo decisivo lo assumerà, in totale autonomia, un prototipo robotico, paragonato a un animale domestico, che disinstallerà il software nocivo mostrando come invece la strada tracciata da certi istituti di ricerca sia assolutamente virtuosa. Intelligente la trovata di traslare la problematica sanitaria reale sulle componenti elettroniche, contando sul fatto che anche nel linguaggio dei computer i microsismi dannosi vengono chiamati “virus”. Il robottino, un po’ come noi, è autoapprendente ma in modo ancora realistico: assorbe energia e informazioni dall’ambiente (tecnologico) circostante, ed essendosi trovato in lockdown anche lui ma nell’appartamento dei due ricercatori, ha trovato il modo di applicarsi al problem solving, e la narrazione ha quindi anche l’effetto di farci familiarizzare ed empatizzare con una creatura di stampo cibernetico. Altri spunti cyberpunk sono la neutralità della tecnologia, che diventa buona o cattiva a seconda degli scopi per cui viene usata, e l’eroismo di certe macchine, che fa ribaltare il celebre e resistente complesso di Frankenstein. E ancora: la tecnologia ha inibito in buona parte i contatti sociali, ma durante la pandemia sono stati la nostra salvezza, e le informazioni e la capacità di connetterle trovando nuove idee sono i due beni fondamentali su cui costruire bel mondo nuovo.

Virus informatici

“Ippocrate” è invece un racconto umoristico che raccoglie la mia simpatia essendo questo un subgenere che tratto, anche se in modo ibridato, e ho potuto apprezzare l’ambientazione spaziale che serve da punto di partenza per uno sviluppo che riguarda le dinamiche sociali in senso relazionale ma che è anche decisamente satirico: la missione è infiltrarsi di straforo in una cena di beneficienza, sfruttando uno dei classici espedienti della commedia, il travestimento. C’è vivacità e ritmo nella rappresentazione, e sicuramente le “ingenuità” sono volute perché – come si suol dire – ci riportano sulla Terra: ai rapporti tra moglie e marito (succube), a quelli tra amiche (dove una delle due non può permettersi di criticare il marito dell’altra, che vuole essere la sola in diritto di massacrarlo), e poi c’è il desiderio di essere furbi (scroccando la cena), c’è il mafioso (anzi, “il mammasantissima dei mafiosi siderali”, il monsignore, il divismo (gli artisti che si esibiscono), le persone “piccine” che fanno pesare il piccolo potere che qualcuno gli ha concesso, e le osservazioni sui sistemi misti pubblico-privato. Anche l’elemento fantasy, il traghetto, finisce col rappresentare qualcosa di umano: l’orgoglio di ridimensionare l’importanza del proprio padrone, qui semplice “datore di cibo”). Il tema della cena da Trimalcione e della compagnia eterogenea di cialtroni (più o meno) spinge allegramente il racconto nel filone delle avventure picaresche, anche se ripeto – c’è la dimensione satirica e quella fantaspionistica, con tanto di tourbillon delle identità: il Pope russo in realtà è un ristoratore (un omaggio al Douglas Adams di “Ristorante al termine dell’Universo” (secondo volume della esilarante e deliziosa pentalogia dello storico autore americano)? Geniale la trovata delle autorità di un pianetino-carogna che sequestra l’astronave col carico dei vaccini facendo poi pagare un pedaggio a chi passasse nella sua sfera di influenza cosmica. Realistiche le due adolescenti fuori controllo che si arrangiano leggendo un tutorial “for dummies” per imparare a fare la pasta alla carbonara, e di questo passo si snocciolano perle di saggezza come “pensa a chi sta peggio” e si critica chi lo merita, sempre con leggerezza e gusto per il racconto.

“Guida galattica per autostoppisti”. Niente panico! 🙂

“Yako, l’era del morbo” è una storia weird. La protagonista è l’io narrante che ci parla da un mondo di dolore sordo, dominato dal topos sempre comunicativo della Fabbrica – qui un nosocomio – da cui non si torna, e in genere vige il rovesciamento: tutti sono umani-volpe, tranne la madre che un giorno la fissa con diffidenza e non risponde – so qualcosa di questo tipo di situazioni alienanti e devastanti – perché si era viceversa trasformata in una donna umana, “dallo sguardo intelligente e terribile”. Di quale intelligenza e logica è portatrice chi si trasforma? Qual è il senso corretto? L’immagine ci trasmette un’ansia archetipica, solleva il secolare interrogativo antropologico sulla natura dell’uomo e della donna e in particolare sulla donna-madre, da Proserpina a Circe e Medea. La figlia scappa sotto al tavolo rannicchiandosi nella sua coda da volpe, mentre paradossalmente la madre, consapevole, cerca una spiegazione razionale. E io posso solo commentare: “Sì, magari! Ero io ad essere così, mentre mia madre era divenuta severa in modo irragionevole e parossistico, per motivazioni assurde”. Un guaritore la visita insieme a tigri sapienti ma afferma di non conoscere quel morbo. Peraltro, la madre era solita raccogliere bachi da seta e credeva nel riso e nei fagioli. Il segno della degradazione potrebbe essere un brutto morso ricevuto da un tasso senza occhi, naso, bocca – la tipica iconografia del misteri e del weird rimanda in questo caso al prodursi delle piaghe da decubito… ahimèee! Le trasformazioni di un tipo o dell’altro si susseguono, e poi fugge, e non si ritrova, e ognuno racconta qualcosa: “Mia madre…” – è la estraniata conclusione della figlia – “una delle creature più misteriose di questo mondo”. Mentre scrivo queste righe colgo dei segni nel mio ambiente, dalla TV, dalla strada: solo coincidenze, o lei dall’aldilà vuole dirmi che mi vuole bene e che le dispiace avermi lasciato in quel modo e che non era colpa sua perché stava male? E poi ci ripetiamo che la realtà è solo una… Nel racconto il guaritore accenna alla connaturata duplicità umana – aggiungerei lo Yin e lo Yang, la coesistenza degli opposti nella dottrina di Jung e alla sua trasposizione come “Born to kill” più simbolo della pace nel “Full Metal Jacket” di Kubrick – ma insomma la chiave sarebbe non rompere l’armonia tra le due metà. Però l’umanità è malaticcia, e comunque l’armonia sfiorisce col tempo, il morbo poi si diffonde ed è appunto la madre a contaminare tutti, forse in un isterico sabotaggio, come ha fatto (o mi ha fatto credere) la mia. Gli animali sono testimoni silenziosi, teneri ed enigmatici, e il tasso è come il morbo: senza occhi, naso e bocca, ma… la mamma qual era? Era tutt’e due, scrive l’autrice, era Yako. Interessantissime anche le due note, secondo la tradizione di approfondimento e classificazione simbolica del genere weird e dei suoi bestiari, in analogia con quelli medievali: Yako è la volpe dispettosa della mitologia giapponese, mentre il tasso – secondo un tale Lafcadio Hearn, è una metafora che spaventa le persone assumendo sembianze familiari ma anche quelle della civetta delle palme, uno degli indiziati nella ricerca degli agenti di trasmissione del Covid.

Volpi-donne. Anastasiya Dobrovolskaya

“Il destino di Jast Island” rientra nel filone apocalittico, anche se inizia da una comunicazione in remoto tra due donne con ruoli importanti che non si fidano l’una dell’altra. Servono informazioni per sconfiggere il virus, e allora una delle due, Lidy, sbarca subito dopo a Jast Island con tre tecnici e quattro “troni”, scritto così, una fusione tra la catene dei negozi di tecnologia e i piccoli robot volanti, forse per evitare la banalità. Lo scenario da inquietante si fa terrorizzante quando, durante la raccolta dei campioni di tessuti biologici, risulta chiaro che sono in giro entità che smembrano ferocemente la gente. Un tecnico fornisce le prime risposte, e via radio arriva la comunicazione che è stato istituito il blocco di porti e aeroporti e il lockdown generale. Ma… “se non ucciderà il virus, lo farà l’anarchia”. E anche le forme biologiche appaiono anarchiche: alcuni mutano in mantidi e dilaniano persone facendole a brandelli, altri, più rari, sopravvivono in forma malata ma trasmettono il morbo. Gli ospedali sono allo stremo – e l’abbiamo provato – ma qui si tratta di fantahorror, per cui è tutto affogato nel buio e sarà “una strage silenziosa, senza telecamere”. Straziante in questo caso l’immagine di madri che stringono i loro figli, “come se bastasse a proteggerli dall’epidemia dilagante”. La parte finale ricorda un po’ un film come “La città verrà distrutta all’alba” (ma magari con le musiche che un altro celebre regista di genere, John Carpenter, componeva lui stesso), tra ponti fatti crollare, condotti forse salvifici ma che di solito portano un gas verde che già ha mietuto più vittime della febbre mutagena, episodi raccapriccianti. Il racconto è quindi costruito per accumulazione di pericoli e catastrofi, si tifa per i protagonisti survivors come nei film sui morti viventi di George Romero e la semplicità dello schema lo rende come al solito di grande impatto. “Quando ne uscì, desiderava una cosa sola. Tornare alla vita”. Come tutti noi. Io che di distopie ne ho vissute due, in vita mia, faccio del mio meglio ma forse non ci sono ancora riuscito del tutto. Mi tengo le medaglie da survivor e la scrittura. 

Bizzarro è il racconto “Supposte croniche” del romano, ma trapiantato a Firenze, Carlo Metzinger di Preussenthal, altisonante nome di un narratore prolifico e validissimo che nella vita quotidiana si occupa di project finance e che però forse si è lasciato in questo caso risucchiare dal cono di arguzia toscana che risale notoriamente a Boccaccio. Il virus nella sua storia è l’obesità, che nella nostra realtà era al massimo l’effetto della reclusione forzata e dell’inattività. C’è in questo racconto l’espediente del libro nel libro, ben noto soprattutto per l’uso che ne fa Philip K. Dick in “La svastica sul sole” e in tempi più recenti per il caso di “La città e la città” di China Mieville, ma in questo caso serve solo a sottolineare l’ambientazione fiorentina e il carattere di “eroe tramandato ai posteri” del protagonista. Gli elementi fantascientifici sono le porte nel tempo che danno accesso ad altre dimensioni, e i pericolosi Intelliraptor, variante evidentemente intelligentissima dei Velociraptor preistorici di chrictoniana e spielberghiana memoria, e l’eroe avrebbe continuato a fare il guardiano se non fosse che il virus dell’obesità l’ha colpito a 33 anni! A quell’età io demolivo chiunque a tennis, calcetto e ping pong, quindi mi viene da sorridere, ma il prussiano (?) Preussenthal ci vuole convincere che è anche serio, e allora evidenzia che l’Organizzazione Mondiale della Salute da tempo ha indicato nell’obesità la peste che infesta la società mal globalizzata del benessere – o wellness, spesso direi accompagnato dallo stucchevole think positive che pretende che sia tutto rose e fiori – alimentata dalla pubblicità che spinge al consumo e configurata come una condizione simile a quella di chi è in astinenza da droghe. Dunque l’autore sottende una critica sociale, ma velocemente passa a dipanarla in dettagli fantastici di vario tipo: dall’assalto dei grassoni (variante fisicamente sorprendente degli zombie) ai supermarket (per fare scorte per il lockdown o piuttosto con la scusa del lockdown) al weirdness de “la bambina dei sogni” che lo attira oniricamente in una landa fantasy ma salutista (accostamento stravagante ma che funziona) in cui vigono le norme sociali dell’antica Sparta. Il contesto che richiama l’antichità si fa però anche boccaccesco perché viene sviluppata la dimensione “bassa”, della corporeità: lì si vive sottoterra (come i Morlock de “La macchina del tempo” di Wells) e si sta nudi e chi supera i 55 anni viene eliminato “nei riti della catarsi” (da parte mia è scattato subito un sonoro gesto dell’ombrello: quando lessi per la prima volta questo testo avevo esattamente 55 anni e c’avevo (e ho) da fare ancora parecchio!), e per quanto riguarda la vita sociale vige l’amore libero come nella Controcultura hippy degli anni ’60. La donna bellissima che fa da guida al protagonista parla anche di passaggio dall’eutanasia all’eu-antropo-genetica, per cui si può dire che il racconto è un pastiche, con vari riferimenti, in un caleidoscopio culturale non fine a sé stesso anche se fondamentalmente ludico, che com’era ampiamente previsto scivola nel soft core quando la affascinante guida, sorta di “Barbarella” (film di Roger Vadim, con Jane Fonda) delle palestre del Peloponneso, invita l’eroe, ora che si è risanato tornando a una perfetta fitness, a “godere del suo corpo”, e addirittura – sarà solo letteratura, credo – lui non si fa preclusioni quando viene a sapere che la avvenente somatologa è una transessuale. Sarà socialmente scorretto dirlo, ma, anche se io fossi allenato da ore di cyclette, a sentir dire una cosa del genere mi prenderebbe un infarto al miocardio e mi si stroncherebbe il desiderio erotico per almeno due giorni. Comunque la tipa dota lui di un vaccino sotto forma di supposte (sic!), probabilmente lo sberleffo finale dell’autore verso i divoratori di merendine e i compulsivi della pastasciutta a due porzioni per volta, così l’eroe riesce al ritorno a guarire il mondo, figuriamoci, ma io ripeto che recepisco certamente la critica feroce al consumismo e l’invito a stili di vita corretti, ma… per altri aspetti la mia immedesimazione ha un limite pur non essendo io certo un bacchettone puritano anni ’50, ahah!

Jane Fonda in “Barbarella”

“Anno 2820: la grande pandemia” è un racconto in cui l’autrice fa parlare in prima persona la sua protagonista con un suo interlocutore nativo di Heta (un pianeta?) senza informarci su dove si trovino i due, a parte l’indicazione di una Centrale; c’è invece lo spunto metaletterario in chiave tecnologica praticamente attuale più che fantascientifica, riguardante un’app che permette, a partire da un tema e da alcuni elementi, di scrivere un articolo o un libro. Ed il segno che marchia questa breve storia è proprio quello della disumanizzazione coniugata a un’impennata dello sviluppo tecnologico, che su quel pianeta sarebbe stata la conseguenza della grande pandemia. La donna obietta, e l’uomo le racconta i fatti: la tecnologia era già da prima un’importante presenza, ma dopo la diffusione del morbo s’è evoluta nel senso del controllo, s’è irrigidita, e una “rivolta sociale” sembra ormai impossibile perché la popolazione è stata per lo più sostituita da analoghi olografici, essendosi quella reale ridotta di un terzo. Si citano le difficoltà di gestione della coabitazione di genitori e figli, risolta con la divisione delle coppie sposate.  Si creò dunque su Heta un mondo virtuale che permetteva di avere almeno un surrogato della vita. Il virus venne debellato solo molto dopo, ma si dovette ricorrere all’adozione quasi universale di un tessuto fermo-protettore. Quindi la Fantascienza è presente nel racconto, e anche l’angolazione è abbastanza precisa, ma il rimando alla nostra realtà è piuttosto trasparente e non c’è un vero sviluppo; sembra uno spaccato di Storia, specie poi quando ci si riferisce al ricambio generazionale e al ricordo della pandemia che dopo cento anni spaventa meno perché riferito solo da chi lo ha vissuto – un po’ come succede a genitori anziani e nonni che hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale: “il ricordo della sofferenza altrui spaventa in misura minore”. E la vita (e la tecnologia) va avanti, ma “Non c’è esperienza di vita che ti supporti quando vivi certi traumi”, al che aggiungerei che quando per giunta li vivi da solo, con tutti che si girano dall’altra parte, il supporto devi dartelo autonomamente, e lì si vede davvero… se sei un fantascientista sul serio con una certa tempra o se scrivi solo storie. Il protagonista spiega che era ossessionato dall’avere una vita degna per rendere onore a tutti i suoi morti. Ma “ognuno percorre le vie della vita a suo modo”, e l’unica speranza è avere il coraggio di ripartire ogni volta. Il finale soddisfa sia il bisogno di risposte della protagonista sia gli interrogativi iniziali del lettore: è l’uomo protagonista, reduce da quella tragedia collettiva su Heta, a essere umano, mantre lei è solo un ingenuo ologramma non ancora istruito su tutto ma che, con la sua bellezza e il suo desiderio di tenere un diario alla vecchia maniera, rappresenta – le dice lui – “la prova vivente che dal male può nascere qualcosa di stupendo”.

“Sacrificio” è l’opera di un’altra autrice, che si dice “folgorata da “Destinazione cervello” di Asimov a 13 anni. Io iniziai un anno prima con “Sentinella” di Frederick Brown e altri racconti: è la fascia d’età in cui il desiderio di conoscenza prende forma. E si va subito, in modi magari insoliti, alla scoperta dell’ignoto, compreso l’umano, che, come ci insegna l’altro titano, Dick, non si riesce tanto facilmente a individuare e conservare. A. S. Petrino mette al centro della sua narrazione gli androidi Borg: uno di loro origlia, capisce cos’è stato deliberato contro di loro in quella società punitiva e castrante verso l’amore, e corre a riferire. Parallelamente, la protagonista ripercorre teneri ricordi familiari, compreso il padre che, per la prima volta, con diffidenza, le menzionò i Borg. Questi androidi vengono utilizzati come schiavi agricoli, e magari hanno qualche limitazione emotiva – pare che lui, il 347, non sia bravo nel consolare… – però con la protagonista fa coppia da quando la scorse, minuta e coi capelli corvini (come una mia importante ex, Miss K., che però mutò aspetto come un camaleonte, dopo il distacco – storia controversa, mutazione discutibile): aveva qualcosa di sacro. Ma come nella società del classico “A” di Hawthorne o ne “Il racconto dell’ancella” della Atwood, pur di contrastare i liberi impulsi amorosi la grettezza umana si scatena: viene diffuso un morbo per cercare di far soffrire anche chi per definizione si pensa che non possa soffrire, come gli androidi. Le donne umane dei Borg muoiono prima del parto, in moltissimi casi, ma i figli che riusciranno a nascere saranno più forti, nasceranno Borg ma di una progenie potenziata… forse dei McEnroe? Mi si conceda tale battuta: passai da essere simpatizzante del primo a essere superfan ed emulo del secondo, quindi sono un androide dal gioco d’attacco!, e in quanto tale appoggio come il lettore questa lotta per l’indipendenza e per l’amore e la vita! Da notare che la Petrino ha estratto questo episodio dal suo ciclo “Quando Borg posò lo sguardo su Eve”, che, se da una parte fa sorridere per i nomi, dall’altra riporta alla mente eroine come la protagonista di “Terminator”, che cedono il testimone ai figli, altra tematica che mi trova sensibile.

Annarita Stella Petrino col suo romanzo

Vittorio Piccirillo, che è anche il curatore, ci propone “Un futuro diverso”: un breve racconto non propriamente fantascientifico ma pienamente pandemico (un nuovo genere letterario, quello di questa antologia?) e incentrato sugli affetti, ancora una volta. Il marito raggiunge la moglie in auto nella loro residenza di campagna, dove la madre di lui è da poco scomparsa, e lui si aspettava questo però stranamente non prova emozioni devastanti, ma piuttosto solo un senso di vuoto. Io direi che dipende da come maturano gli eventi, e da quanto solidi sono gli altri affetti, quelli che restano. Per me andò in modo simile ma preceduto da un inferno, con il conflitto dovuto all’Alzheimer isterico di mamma e alla lunga scia di rabbia repressa mia, che non mi fecero vivere il dolore tremendo che altrimenti avrei provato; solo a partire dagli ultimi giorni, ma soprattutto dopo, e per quasi due anni, cioè fino al 2022, ho iniziato a spargere le mie lacrime lungo una dolceamara collana di ricordi, ripensando a lei – finalmente – per com’era sempre stata da normale: una supermamma bravissima e buonissima. Nel racconto la moglie accenna la consolazione più congrua, ispirata ai cicli vitali: “A ogni stagione ne segue sempre un’altra…” La pandemia, come anche nella mia realtà, ha impedito di renderle l’estremo saluto, e lui lucidamente e disciplinatamente come me osserva che trattasi delle regole di isolamento preventivo. Io potei vederla una volta ogni due giorni per un’ora sola, e non mancai mai, anche se il suo stato era progressivamente scaduto. Il pensiero, globalmente, va alla Natura, che, oltre a riprendersi il suo, si ribella per l’aggressività umana permettendo l’insorgere di un virus tanto pestifero. L’unica certezza è la morte? No, c’è la certezza gemella, quella della vita, che si fa sentire in quel momento nella pancia della moglie incinta. A me questo manca, ma non mi sono arreso e valuto intrepide candidate. 🙂

“Letto 224” è un racconto di vago sapore neocoloniale, per così dire, di un veterano della scrittura, P. Prosperi, che ha dato vita a un agente dei servizi segreti israeliani che si risveglia in un letto d’ospedale dopo essersi ripreso dalla famigerata polmonite bilaterale acuta, ma non ha la possibilità di salutare un famoso epidemiologo, a sua volta ricoveratosi d’urgenza nello stesso ospedale un giorno prima della sua dimissione. Da lì si snoda il flashback proprio di questo nuovo paziente, che sembra riacquistare un po’ di lucidità quel tanto da ricordare che un suo collega medico nel 2006, in Congo, ebbe l’intuizione antivirale dell’utilizzo delle cellule monoclonali contro l’Ebolavirus, ma che poi, quando entrambi tornarono in patria, morì per un incidente in montagna. Il paziente si rende conto di essere rimasto l’unico depositario di quell’intuizione che ora potrebbe rappresentare la salvezza per milioni di persone. Ma peggiora di nuovo… È anziano e, con la penuria di attrezzature sanitarie, la sua bombola d’ossigeno viene passata a un paziente più giovane e con più possibilità di recupero, ma che è persona più ordinaria e non in possesso di particolari conoscenze. La storia è dunque una parabola realistica ancorché paradossale sugli scherzi atroci del destino, che talvolta abbatte fatalmente le prospettive di salvezza e in particolare ignora la meritocrazia per osservare invece rigidi protocolli, senza dar modo di approfondire situazioni e dati cruciali.

“Il fuoco di Setheos” è un racconto chiaramente fantasy in cui la sacerdotessa Shana, che ha avuto due figlie Hamaxhoni dal dio Antheros, giace insonne al pensiero che le due figlie stanno per sferrare l’attacco decisivo alla guida degli Afri contro gli Atlantidi. Si alza, si reca a pregare accanto all’albero più maestoso del giardino. Cos’è che le appare? Visione? Profezia? Risulta dal racconto il profilo etico che ha voluto imprimere a quello che resta comunque un conflitto: “niente uccisioni ingiustificate, vendette o saccheggi”. Ma durante la notte accade qualcosa. Alcuni tra i nemici accusano gli Afri di averli avvelenati. La stessa moglie del capo di quell’esercito, fatta prigioniera e portata via, viene ricondotta indietro perché ammalata di uno strano morbo. Dice che i sintomi erano preesistenti, e quindi c’è un accenno al tema della sofferenza in silenzio. Ma è solo un dettaglio; sembra sia più importante il worldbuilding, per l’autore, e la definizione dei personaggi, soprattutto quelli femminili, per contribuire alla riduzione del maschilismo residuo anche in letteratura (“Erano entrambe nere come gli Afri. Rudiana, piccola e graziosa, sembrava inoffensiva; sebbene a Menè fosse la responsabile delle Ombre, Sorellanza di spie e assassine. Pitane, al contrario, era alta e muscolosa come tutte le Ardite; guerriera tra le più forti, aveva guidato l’attacco al palazzo”), e la sacralità: si dice che gli Afri, per la devozione alla Grande Madre siano immuni al male. Alcuni passaggi sono il chiaro rimando alle caratteristiche reali della pandemia del 2020, ma quando risulta che i cadaveri sono carbonizzati dal di dentro e che le loro carni, incise, diffondono un fumo nero, siamo in piena atmosfera fantasy, e la drammaticità raggiunge il climax quando si ipotizza che in realtà gli Afri non siano affatto immuni ma portatori sani, e che hanno la colpa di aver provocato l’epidemia dando fuoco all’incenso a fini strategico-militari utilizzando il fuoco della divinità avversa, il malvagio Setheos del titolo. Le figlie della sacerdotessa sono però sicure di poter sconfiggere quel dio del fuoco come già fece il loro padre, e si pensa a usare il sangue degli Afri come vaccino, che avrebbe anche l’effetto di rendere più… africani e devoti gli Atlantidi. Ma pare non ci siano protezioni, invece: il morbo inizia a colpire anche gli Afri, come se perversamente volesse intaccare la loro fede; e questo è dunque il sottotema del racconto: la religione, che non riesce a mantenere le aspettative dei fedeli e anzi si genera sconforto quando anche chi dimostra “bontà d’animo” deve subire i rovesci del destino… È stato un pensiero che mi ha colpito per mie vicende personali già nel 2003 (etc) e ancora di più negli anni dal 2014 in poi: la malasorte si accanisce a volte contro chi non se lo merita, pur non essendo io perfetto, come peraltro nessuno. Nel racconto, “Le semidee guerriere li tenevano a bada evitando di usare la forza, ma erano sempre più stanche e nervose, stufe di essere bersagliate da insulti e da oggetti di ogni genere”: questo accade quando qualcuno, in questo caso il popolo degli Afri, esasperato si ribella, ma per una pandemia non si sa bene con chi prendersela, e nei confronti della sfortuna nera chi la subisce deve sia sfogarsi che contenersi. Qualcuno può attribuire delle colpe un po’ alla cieca, e le Hamaxhoni da eroine vengono considerate untrici (categoria, qui declinata al femminile, che letterariamente è legata al nostro Manzoni e all’episodio della peste nel celebre “I promessi sposi”, si sa). Le figlie, infine, disobbediscono alla madre per andare a completare il loro lavoro bellico, ma le dicono “Addio, madre, e perdonaci se puoi”; non dispongono di conoscenze mediche, mentre la loro tattica sarà utilissima nell’ottica di una limitazione delle perdite umane. Le figlie e i figli, quando sono ben allevati non smettono di interrogarsi anche al termine dei più corretti ragionamenti: avrò agito per il meglio?, avrei potuto fare di meglio? Scrupoli senza fine che chi è davvero contaminato da Setheos neanche si pone. La sacerdotessa Shana sviene. E poi, il finale è aperto: è stata solo una visione? Un ammonimento? Una profezia? Ora noi sappiamo che dopo la pandemia, anzi a pandemia non finita, siamo stati esacerbati dall’inizio di una guerra forse più assurda di altre, o forse no, ma allora cosa vuole dirci la nostra, la mia, Grande Madre? Non l’abbiamo aiutata e commemorata abbastanza e anche di più? O forse il fato è solo cieco e furente? Vorremmo risvegliarci e trovare l’Amore. Personale e cosmico. 

il7 – Marco Settembre

sab 9/4/2022 7:46 + sab 18/5/2024 1:18