Uno, nessuno e centomila: clamoroso autosabotaggio!

L’uscita di quest’articolo è stata ritardata di quattro giorni (per altri impegni e per la necessità di revisioni e aggiunte) rispetto all’anniversario della nascita di Luigi Pirandello, il genio di Agrigento, nato appunto il 28 giugno del 1867, che intendevo celebrare, ma mi auguro che l’omaggio sia ugualmente valido e apprezzabile.
Secondo alcune analisi sociologiche che fanno parte della tradizione di questa nobile disciplina che nasce da una costola della Filosofia, la famigerata divisione dell’Io tipica dei tempi moderni deriva dalla divisione del lavoro nell’ambito dell’industrializzazione, e, in seguito, dalla proliferazione dei ruoli che l’individuo è chiamato a ricoprire nella sua vita e nell’arco della stessa giornata. Ma poi questa sorta di setting psicosociale è diventato connaturato all’epoca contemporanea col suo alto grado di complessità, peraltro sempre crescente, tanto che all’aumento delle possibilità offerte dalla tecnologia corrisponde un aumento dei problemi sociopolitici e non la loro diminuzione. Può accadere quindi che anche oggi un tipo qualsiasi, pur non essendo scisso, possa a volte esitare nell’ascoltare una parte o l’altra di sé, come se si trattasse di scegliere tra il ricoprire un ruolo o l’altro, che può voler dire ad esempio comportarsi più da padre premuroso o più da manager in carriera. Un altro individuo può trovarsi a passare tra gli scaffali del supermercato, vedere un prodotto che sull’etichetta riporta un pupazzetto e ripensare a un suo amore di gioventù, oppure alzare dopo un istante le spalle e pensare “Ma sì, tanto poi s’è rivelata una puttana!
In qualche misura, Luigi Pirandello, dedicando a un interrogativo sull’essenza dell’identità e alla sua frammentazione o rifrazione circa 15 anni della sua vita, secondo quanto riferisce il figlio, ci ha consegnato un capolavoro maniacale, sfaccettato (appunto) e tristissimo – malgrado il finale sia interpretato come positivo dal protagonista – come “Uno, nessuno e centomila”. La forte pulsione morale che lo accompagnava ha reso questo testo, durante la sua stesura, un impegno intimamente necessario ma anche un rovello e quindi un temuto confronto con sé stesso per lo scrittore, come sostiene sempre il figlio, “Ninì”, nella pregnante e ovviamente affettuosa postfazione. 

Tra il serio e il faceto si potrebbe dire che l’essere ontologicamente e matematicamente incerti su un dato così netto come l’identità, che si presume sia univoca, e finire col contare il Sè come uno, nessuno o centomila parificando le tre opzioni, sembra contraddire uno dei princìpi dispiegati e valorizzati da Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane”: l’esattezza. Il grande maestro italiano del Fantastico (e non solo) parlava però soprattutto della qualità della scrittura e non del sentimento della crisi che di ogni esattezza si fa beffe, salvo quelle della catena di montaggio e dei libri contabili, che deve forzosamente onorare, e che si accompagna al Modernismo e di cui Pirandello ben più di lui è stato alfiere. 

Lo vediamo anche dalla potente ed entusiasmante copertina che Mondadori ha confezionato per questa edizione: un volto deindividualizzato, reso con una pittura materica di grande impatto, non tanto “aggressiva” quanto dolente. L’occhio suggerisce, e la mente allora richiama l’espressionismo de “L’urlo” di Munch o gli uomini sottilissimi ed erosi scolpiti da Alberto Giacometti. Epitomi, queste, dello strazio rispettivamente muto o anonimo di un uomo smarrito nell’angoscia prebellica o solo e consunto, come un osso o un ferro battuto e arrugginito, nell’epoca delle emergenti masse.

“Walking man”, di Alberto Giacometti

Ma questi sono rimandi visivi, oppure sociologici con riferimento però specifico agli aspetti macro; cosa avviene invece dentro al soggetto che patisce questo disfacimento? Coloro che sono “integrati” nel Sistema e non “apocalittici” o antagonisti, per riprendere le due note categorie di Umberto Eco, riusciranno a destreggiarsi tra le situazioni, i contesti di vita, che sono di “ribalta” o di “retroscena”, secondo Erving Goffman nel suo “La vita quotidiana come rappresentazione”, e sapranno cioè essere performanti, come si dice oggi, e attenti nel relegare i propri sentimenti e abitudini private nel “retroscena”, come se la vita fosse appunto una rappresentazione degna di un politico che deve evitare lo scandalo? Magari sì, ma cosa può succedere se il soggetto è portatore di una speciale sensibilità unita a un’intelligenza analitica che lo porta a compiacersi di quello che ha scoperto nel retroscena, da solo o con qualche familiare? È esattamente questo ciò da cui trae origine il romanzo-testamento di Pirandello. 

Dato che, come rimarca sempre il figlio in coda al volume, l’augusto padre si è voluto premurare di usare in parte una chiave umoristica per il libro per rendere la vicenda più facilmente accessibile per i lettori, ecco che lo spunto iniziale viene da un microevento, un dettaglio pressoché insignificante: al protagonista Vitangelo Moscarda la moglie, in casa, segnala un’imperfezione del naso, e l’idea è così gratuita e grottesca che può sembrare la divertente trovatina di un autore che vuol metter su qualche comico battibecco magari più ordinario e materiale di quelli di “Scene da un matrimonio” di Ingemar Bergman, e quindi potrebbe proseguire in maniera più tendente al surreale, o all’acido, come in “Chi ha paura di Virginia Woolf”, animato dalla coppia Liz TaylorRichard Burton; e invece nel romanzo di Pirandello i rapporti sociali, compresi quelli di coppia, ancora reggono, all’inizio, perché l’episodio è “solo” l’innesco di una micidiale problematizzazione solipsistica di questo marito, che, chiuso nel suo Sé insieme a noi, resi partecipi dei suoi monologhi interiori, elucubra sulle differenze tra la sua percezione di sé stesso, che però non può vedersi se non allo specchio – e in psicanalisi lo “stadio delle specchio” è fondamentale – e i vari Vitangelo Moscarda così come vengono percepiti dagli altri, compresa la moglie. 

“Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso”.

“Uno, nessuno e centomila” è, insieme a “Il fu Mattia Pascal”, il romanzo più famoso di Luigi Pirandello. Ma mentre il protagonista del secondo, Pascal, si distacca avventurosamente dal suo ambiente e va ad esplorare la fatale evoluzione della sua smania di vaghezza in un altrove in cui resta solo, ai ferri corti col suo destino, Moscarda invece compie tutto il suo rovinoso percorso nella sua città e sotto gli occhi di tutti coloro che conosce, e se da una parte sentirà come liberatoriamente necessario il suo distacco dall’identità che gli ha plasmato addosso – come se fosse un golem patetico, casalingo e asservito – la moglie, che lo chiama Gengè considerandolo praticamente innocuo e magari pure inetto, dall’altra lui soffrirà nel riflettere come in un caleidoscopio identitario l’impossibilità di modificare i centomila modi in cui gli altri – ciascun altro – lo vede, e la perdita d’energia nel cercare di capire se ci sono margini per affermare la sua visione di sé, che pure è incompleta, paradossalmente, perché lui non può vedersi come viene abitualmente visto dagli altri, dall’esterno. E questa sciarada delle rifrazioni tanto più numerose quanto accessorie, parziali, mai illuminanti o decisive, viene portata avanti da Pirandello facendone una texture stilistica, un pattern ipnotico ed estenuante anche per il lettore stesso, imprigionato in una visione dodecaedrica che impedisce di cogliere “in chiaro” gli avvenimenti della trama. Noi assistiamo ai dialoghi verificando come in un sogno che tutti gli altri personaggi, là fuori, parlano e agiscono come noi, mentre noi siamo condannati dall’Autore a cogliere queste schegge di realtà solo attraverso la lente deformante delle percezioni e anche delle intenzioni di Moscarda. Un pazzo? Così ce lo presenta Pirandello facendo in modo che questo, che ovviamente è solo in modo molto parziale un suo alter ego, abbia, tra ironia e tensione, una qualche consapevolezza profetica di come potrebbe essere visto da chi là fuori è meno sofisticato, speculativo e cerebrale di lui.

Il romanzo quindi pone evidentemente anche il tema del Diverso, dell’incompreso, di chi ha facoltà superiori che però, anziché avvantaggiarlo, lo avvinghiano nella sua aggrovigliata interiorità rendendo l’universo molto più macchinoso; macchinoso in due sensi, che rendono il testo sempre molto apprezzato dalle generazioni di giovani che si susseguono: A) da una parte si colgono i meccanismi alienanti della vita sociale, dal matrimonio di cui già s’è detto (ma ci si tornerà più avanti) al lavoro, fortunato grazie al lascito paterno ma in fondo insensato, vero?, che fa venir voglia di demolire, di smantellare tale artefatta pochezza, in cui il rapporto umano gira intorno al versare e riscuotere denari. Eppure oggi ci sono ragazzette di 24 anni che ti dicono: “I soldi sono tutto, fidati!” e io mi dovrei fidare di una che anziché voler contribuire a fondare un mondo migliore, dato che ha qualche anno in più di Greta Thunberg, invece ragiona così e magari si fa sfruttare facendo la cameriera? Mantenersi agli studi è ammirevole, ma senza adorare quei due soldi che ti danno, no? La banca di proprietà; una roba che farebbe esaltare ancora di più un mio arrogante parente alla lontana, Alfonso Serciccio, che si bea di aver fondato una famiglia borghese sulla base della sua esclusiva competenza, quella per i numeri, senza aver letto mai un romanzo, come lui stesso dichiara spontaneamente, come vantandosene, serbando giusto qualche ricordino puerile de “I promessi sposi”, e perciò lo si può immaginare senz’altro capace di considerare questo romanzo di Pirandello – se qualcuno riuscisse a parlarglene dato che alza il vocione da orco se cerco di accennargli qualcosa di culturale – come la riprova che lui, Alfonso, ha fatto tutto bene nella vita, mentre di fatto resta anche lui un idiota, ma di tipo opposto rispetto a Moscarda.
E l’universo si presenta come macchinoso anche per il motivo B): si deve scindere dagli apparati alienanti e dai loro condizionamenti l’afflato spiritualista radicale che porta il personaggio all’identificazione con la natura e con un libro (rendendosi conto che Pirandello effettivamente ha realizzato sè stesso come Autore di livello seguendo in buona parte questo spirito) ma lo sforzo costante di andare controcorrente mentre gli estranei portano avanti invece prediche molto più elementari e quindi più convenzionali, ultraconformiste e mediamente più convincenti è assai faticoso e rende appunto macchinoso il proprio percorso attraverso la gran parata di facce di culo che è il nostro universo, il quale sembra sempre un po’ troppo ristretto e asfittico, anche per la pestifera congiuntura sociopolitica.

Dobbiamo però essere onesti come l’Autore e sottolineare come il Moscarda, in quella che chiamerei la fase due, in cui doveva avviare la sua strategia autosabotatoria, s’è mostrato non certo solo riflessivo quando nell’affrontare la moglie l’ha spinta di scatto su una poltrona (disapprovo fortemente, è ovvio, e ne sono terribilmente rattristato, ma è chiaro che l’episodio è funzionale alla drammaturgia, come quello della passeggiata col cagnolino) e quando, in maniera più particolare, parlando con i suoi collaboratori incaricati di gestire la banca per conto suo, si pone in modo sfrontato adottando storture logiche apposite per sconcertarli e farsene beffe.
È senz’altro conseguenza anche di questi atteggiamenti, e parte della sua sconfortante parabola, ma ancor più delle sue scelte contraddittorie con un senso “eroico” tutto suo, come abbiamo visto, se Pirandello gli costruisce intorno un’altra scena peculiare e molto letteraria, con un’atmosfera piovosa e livida da linciaggio quando Moscarda ordina lo sfratto ai danni di un poveretto di sua conoscenza che aveva i suoi guai e che lui aveva deciso di far affondare peggio, prima di aiutarlo invece quando nessuno razionalmente poteva più aspettarselo.

La prima situazione è dunque giocata sul piano sottile e linguisticamente perverso di un dialogo provocatorio (e il lettore non sa se biasimare il Moscarda o se sorridere come per una barzelletta), mentre la seconda sembra più avere la sua matrice urbana in un Charles Dickens, con la coloritura addizionale della follia leggibile in filigrana.

“A Manufacturing Town” (1922), di L.S. Lowry

E a proposito – così come io ripeto a volte, pensando alla mia notoria vicenda sentimentale tormentata, che a suo tempo, come conferma qualcuno, ci fossero le avvisaglie dello schifo indegno che lei, la lurida, commise – be’, analogamente in tutto il libro “Uno, nessuno e centomila” ci sono altrettanti segni della incubazione della follia o del suo crescendo; questo non toglie suspance all’azione ma piuttosto, come nel modello di certe fondamentali e potenti tragedie greche dell’antichità, conferisce alla narrazione il sentore dell’inevitabile.
Tornando ai modi espliciti in cui si traduce la teoria del protagonista, Moscarda stesso parla di “ammiccamenti” prima di lanciare una provocazione al notaio, nella fase in cui prepara la sua rivolta; sì, è una rivolta, perché la prima sopraffazione è quella dei tanti occhi che lo guardano come lui non vuole essere visto, e se lo consideravano un “usurajo” ha anche ragione. Eppure c’è un luogo del libro dove tale questione viene illuminata o problematizzata, e si tratta di decidere a cosa credere. Chi conosce il mondo davvero, e non procede solo superficialmente sulla sua strada, sa che la perfidia viene nascosta dopo averla messa in atto, e che spesso ci si pronuncia in modo acido e cinico su vicende che non si conoscono e poi rapidamente si distoglie con ipocrisia l’attenzione parlando del clima o del calcio. Eppure lui, Moscarda, che ha in mente di perseguire la sua crociata personale contro le apparenze negative che lo stringono come in un assedio, e pur nella frustrante consapevolezza che lui stesso però non può giungere a vedersi fisicamente per come si sente di essere, ebbene ha ancora lo scrupolo di trattenere gli sberleffi che vorrebbe fare. Poi, quando invece, nella banca, inizia la sua controffensiva, usa un mezzo che nell’equilibrio generale del testo ha un alto valore simbolico: lui rinfaccia a sorpresa al collaboratore Firbo (forse una voluta assonanza con “furbo”?) il fatto che questi abbia fatto ricoverare la moglie in manicomio per convenienza – orribile!, ma anche questo è narrativamente un elemento d’impatto; infatti con ciò si istituisce di fondo un legame (scomodo per i borghesi) tra la follia e la verità. Certamente la follia ha tante forme patologiche anche fisiologicamente annichilenti e irrecuperabili, ma quando si tratta di una alterazione dettata da circostanze anomale, magari legate alla responsabilità di qualcuno, e/o a una concezione che le convenzioni comuni respingono solo perché imbarazzante, ecco che questi tipi di “follia” sono rivelatori, e chi ne è portatore andrebbe invece ascoltato e supportato nella ricerca di soluzioni, e magari senza tergiversare o procrastinare, perché chi ha coscienza e adotta però questi comportamenti elusivi denota viceversa quella che può essere la “follia sociale” che porta magari a sorvolare su tutto e non impegnarsi e, ad esempio, a gonfiare il fenomeno dell’astensionismo alle elezioni, che di fatto spiana la strada a queste Destre che di certo non nascondono la loro “matrice”.

Andrè Breton

Allora ecco che appare culturalmente dotato di senso il non-sense surrealista che l’estro di Vitangelo Moscati/Pirandello decide di usare come arma; un’arma che, appunto, a parte l’avanguardia storica guidata ideologicamente da Andrè Breton, nella storia della Cultura è stata usata consapevolmente, anche dopo l’autore siciliano, dal movimento situazionista di Guy Debord per suscitare lo spiazzamento (“detourneament“), ma non a livello delle interazioni individuali, bensì con derive “psicogeografiche”, per ridefinire l’interpretazione di un territorio fisico in senso liberatorio, oppure con la rielaborazione di forme espressive funzionali in diversa misura ai vari poteri, ad esempio con la riproposizione di fumetti che include slogans socialisti sul tema della lotta di classe, operando così formidabili ed esteticamente rivoluzionari “scarti di senso”.
Inoltre, secondo l’etnometodologia, fondata dal sociologo Harold Garfinkel, in ogni gruppo sociale (l’aggettivo “etnico” viene usato per riferirsi alla tradizione etnografica degli studi dei manufatti di altre culture, in antropologia culturale, disciplina che si applica anche alle nostre società complesse) gran parte del significato delle affermazioni della vita quotidiana viene data per scontata. In “Studi etnometodologici” Garfinkel riporta degli esempi concreti. Ancora più pertinente rispetto alle tematiche pirandelliane, forse, e comunque scottante, è la tecnica etnometodologica di dimostrare volutamente la virulenza delle incomprensioni dinanzi alle affermazioni più ovvie, oppure di comportarsi in modo completamente diverso da quello usuale e atteso dagli altri soggetti. Di solito la gente reagisce chiedendo: “Che intendi con ciò?”; oppure si possono mettere in dubbio schemi banali adottando uno stile formale che così risulta destabilizzante o irritante.

Harold Garfinkel

Lo sconcerto che ne deriva è l’indicatore, secondo Garfinkel, della precarietà e della fragilità dell’ordine sociale che si dà per scontato, e – aggiungiamo noi – può pervertirsi in qualche misura quando qualcuno che magari ha anche sacrosanta ragione come me nella mia vicenda personale, insiste creando un imbarazzo che, con una sottile perversione di gruppo, non viene spiegato ma si traduce invece nel proliferare di reazioni provocatorie che al contempo vengono poi negate o dissimulate sistematicamente. È la tecnica del gaslighting: la vittima viene vessata col tipo di arma dialettica che più gli può arrecare fastidio, a livello identitario e di sensibilità personale, salvo poi fargli sempre credere che ha frainteso o che le sue sono percezioni irrazionali. Qualcuno, per cercare di non essere troppo odioso, ammette che ci possa essere un 10% di verità, ma è evidente che sta solo minimizzando per ripulirsi la coscienza e non essere un persecutore perfido come gli altri. Ma è chiaro che costui – sia detto per contrappasso dantesco – sfugge così solo per il 10% al suo essere umanamente una merda.

A Moscarda un altro ecclesiastico dirà poi “Il dolore ti salva”; ma noi ci chiediamo: in che senso? Il dolore assicura l’anima per il presunto aldilà, ma fa affondare nell’inferno la vera vita dell’aldiqua. E intanto il piano del protagonista in qualche modo procede ma senza che gli porti benefici durante il suo compiersi, perchè anzi lui a più riprese si lamenta della solitudine e della continua incertezza, “una marea” in cui naviga a vista – “impegni e incertezze senza fine” (anche per me è così, ma almeno io non sono mezzo svitato per quel suo desiderio di nullificarsi, anzi per me è il contrario), cercando di passaggio di sostenere con Anna Rosa di essere “non comune”, il che è certamente vero, perchè se chiaramente nella sua concezione l’orgoglio non vale nulla, è anche vero che quando Anna Rosa gioca lei con lo specchio, facendo la civettuola o mostrando poi delle fotografie, lui si pone come esperto di queste riflessioni, come noi lettori sappiamo bene per averlo sentito elucubrare in merito in uno dei primi capitoli, e lei lo ammira, e lui allora perfino giunge al sacrificio di… provare a conformarsi [a un profilo che sia più normale]. E invece questo, come qui accennavamo, porta al climax. Un’acme drammatica che però resta anch’essa enigmatica nell’eziologia: nel compendio del processo che ne segue, viene escluso il tentativo d’aggressione da parte di lui, ma allora il secondo gesto di Anna Rosa come si spiega? Comunque con un orrore, ma è una vertigine creata da lui coi suoi ragionamenti e con l’attrazione sessuale, ovvero con “l’atto” che è rimasto accennato in modo fantomatico, che ne fa parte; e noi osserviamo che nel romanzo tutto fa parte di questi ragionamenti totalizzanti, compresi gli altri, il prossimo, come “il mostro d’acquario” che sarebbe la zia della ragazza.

La prosa di Pirandello qui, anche se non carica come in “Il fu Mattia Pascal” è comunque calcolatamente ansiosa nel suo incedere tra paragrafi e capitoli (libri) ben assortiti, pur lungo il fil rouge filosofico, metaforico, e finalizzato all’autoriabilitazione della reputazione del protagonista che, forse anche per la distanza che c’era tra lui e l’ormai defunto padre, teme di non poter essere considerato, come lui, un banchiere. Nel vortice di dubbi, penserà che sia impossibile risalire la corrente, dato che noi stessi, e lui soprattutto che è ossessionato da questi paradossi, non potremmo in teoria mai dire con certezza di essere sempre “uno”, e non qualcuno di diverso rispetto all’altroieri:

Quando avete agito cosí? Jeri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché? Oh Dio, voi impallidite. Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro”.

Io ritengo di avere personalità da vendere e di non essere scalfito da questi crucci teoretici, però si tratta certamente di una riflessione speculativa affascinante e biologicamente fondata nella misura in cui il nostro corpo conosce il ricambio cellulare.

L’utilizzo della prima persona, che pone Vitangelo quale estraniato narratore interno, ma con continui richiami diretti al lettore mediante domande che lo coinvolgono interattivamente nella vicenda caricandola di pathos, risulta, come già detto, spiazzante come quando ad esempio, per illustrare la situazione venutasi a creare tra il protagonista, la moglie, e uno degli amici e amministratori della banca, ne nasce una pagina in cui Moscarda elenca i partecipanti alla discussione, che non sono solo due come nella realtà, ma bensì le varie sfaccettature sue chiamate in causa, quelle della moglie, e quelle dell’amico. Vien da pensare a rese dei conti tese e isteriche a più voci come il “Carnage” di Roman Polanski.
Desta anche una certa impressione il riferimento affranto, in un momento dell’interminabile flusso di coscienza, al proprio corpo:


“Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa che qualcuno se lo prendesse”.


Cos’avrebbe detto Pirandello delle prospettive postumanistiche o transumanistiche, in cui il corpo è solo uno spregiato contenitore che c’impedirebbe di trasmigrare verso un “oltre” da superuomini inebriati da un Nietzsche drogato di biotecnologie, ingegneria genetica, fede messianica nelle A.I. e protesi varie, dal piercing comune tra i giovani, alla “terza mano” di Stelarc, fino ai chip da installare nel cervello secondo l’idea di Elon Musk (per il momento a fini terapetici, ma…)?

La sensazione di essere in un certo senso emarginato anche in famiglia, per essere coincidente con l’immagine affettuosa ma invischiante perchè svalutante di “Gengè”, l’appellativo con cui lo chiama la moglie Dida, gli fa desiderare di avere un’altra realtà, non eterodiretta (il termine è del celebre sociologo Riesman, autore di “La folla solitaria”), anche se Vitangelo stesso si tormenta per il non essere in grado, costitutivamente, di vedersi così come si pensa. La storia della famiglia e del padre offrono il dovuto spessore contestuale, secondo le regole narrative, a quel tormento che invece è tale anche per il lettore medio, e preponderante, dato che l’impianto dei primi “libri” (intesi come capitoli, al modo della Letteratura latina), pur senza essere davvero filosofico, è però indubbiamente almeno teorico-ossessivo, partendo dalla scoperta catastrofica anche se ridicola dei piccoli difetti fisici, per arrivare alla scena dello specchio, tipico snodo psicanalitico, alla fine della quale lui stesso registra “il mio primo riso da matto”. È questo il primo snodo dell’annunciato esito di uno sdoppiamento che viene autoanalizzato ma non certo in modo da sfuggire alla affascinante e inquietante casistica della Letteratura del doppio, elettivamente romantica e fantastica, che si fa risalire a Hoffmann ma secondo me anche – nella forma a due, della coppia uomo-donna – nel “Doppio sogno” (“Traumnovelle”) di Arthur Schnitzler (una volta feci un esperimento alla Garfinkel: consigliai a un marito sereno, di un’età matura, di trovare il modo di vedere il film “Eyes wide shut” che il grandissimo Kubrick trasse dalla novella, “anche se potrebbe portarvi a litigare un po’”; l’uomo, reso immediatamente inquieto da ciò, svicolò diplomaticamente rifiutando in modo implicito il consiglio, con una punta d’orrore negli occhi” – questa è la prova che non tutti sono puttanieri o zoccole, come una tale S., che accettano di buon grado di “aprire la coppia” di comune accordo o meno, facendo i loro porci comodi. È chiaro che io non sono un bacchettone ma che distinguo i piaceri del sesso dalla sfera del dovuto rispetto interpersonale e dell’amor proprio. Amen) e pure al “William Wilson” di Edgar Allan Poe portato sullo schermo da Louis Malle nell’episodio omonimo del film collettivo in tre atti “Tre passi nel delirio”, del 1968, con l’iconico Alain Delon come protagonista.

Si può osservare che, come osservò Otto Rank, nel Fantastico il doppio viene eliminato, spesso in duello ma non solo (si ricordi il caso di “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde), con conseguente morte anche del soggetto originale, mentre Pirandello conduce questa sua semiconscia autoanalisi e autoterapia cercando di rivestire di saggezza la follia del protagonista e conferendole anche una connotazione di santità francescana.
Infatti, oltre all'”usurajo”, l’altro doppio particolarmente indigesto è, come detto, lo svilente e patetico Gengè, a cui Vitangelo si ribella, anche con forza, fino all’eruzione trionfante:


“Diventavo “uno”.
Io.
Io che ora mi volevo così.
Io che ora mi sentivo così.
Finalmente!”


Il tutto esperito grazie al ricorso – a mali estremi, estremi rimedi – all’orrore di un po’ di violenza, “d’un sentimento e d’una violenza che alla fine m’avevano dato corpo”.

Ma è solo una pagina del dramma, l’inizio del Libro VI, con cui non può riuscire a opporsi – neanche tra sè e sè, e magari agli altri solo nella misura in cui questi lo assecondano giusto per rinserrarlo nella dimensione di esiliato dal mondo, a cui ambiva – alla disperante consapevolezza che è quasi impossibile riuscire a imporre la verità vera di una realtà grave, unica e inconfutabile, come quella che, esemplifico io, l’azienda Y abbia rubato 5000 Euro a un cittadino con una truffa, o che la propria fidanzata L. abba tradito facendo la puttanella per ripicca; no, Vitangelo si lascia in parte schiacciare dall’idea che sia una “presunzione” quella “che la realtà, qual è per voi, debba essere e sia ugualmente per tutti gli altri” (Libro II, Paragrafo 2). Certo, ciò è molto moderno e postmoderno, e anche forse fisiologicamente fondato, e letterario, ma sotto il profilo etico già il Papa polacco (e santo) Giovanni Paolo II invitò tutti a contenere negli effetti pratici il germe del relativismo, perchè esso sminuisce i valori e li rende indistinguibili tra loro e con i disvalori, come se davvero fosse valido tutto e il contrario di tutto, e come se oggi la Decima Mas possa essere messa sullo stesso piano della canzone partigiana “Bella Ciao”: questo relativismo è un’aberrazione! Anche chi viola un patto di fedeltà in una coppia, di nascosto, senza dichiarare almeno uno stato di crisi discutendone, commette un’infame scorrettezza. Chiusa parentesi. Che poi non è del tutto fuori luogo se si considera il passaggio in cui Pirandello fa riflettere Moscarda su quei “diverbi” che “sono veri e propri pugilati tra due avverse volontà che cercano d’accopparsi a vicenda, colpendo, parando, ribattendo”, eccetera, e parlando con il suo amico e collaboratore Quantorzo infine Vitangelo ne vede “bene ammaccata la resistenza”, ma certi affronti non si cancellano facilmente, e il lettore dovrà sempre cercare di ricordarsi che “il punto vivo” di Moscarda era “che usurajo no, quell’usurajo che non ero mai stato per me, ora non volevo più essere neanche per gli altri e non sarei più stato, anche a costo della rovina…” (pag. 102 e 103).

E se l’orgoglio non vale nulla – eppure lui era dunque fermamente intenzionato a togliersi lo stigma di “usurajo” ereditato dal padre insieme alla banca di famiglia – non c’è neanche nessuna verità, pensa. Lo sparo e il ferimento ad opera di Maria Rosa potrebbero essere stati accidentali, ma non c’è modo di approfondire, perchè questa è una vicenda di “cognizione del dolore”, come direbbe Gadda, ma avere cognizione di qualche forma di follia (spirituale) affonda tutto nelle nebbie dell’assurdo e dell’indistinto. Questo poi accade tutto “proprio quando avrebbe dovuto tenere la testa a posto”, ponendo Moscarda in una classica parabola dantesca di chi si ritrova nel fango “a metà del cammin di nostra vita…” eccetera. La lettura dell’intero evento che dà la moglie ci offre la traiettoria della “retta via smarrita”, volendo proseguire la citazione del sommo Vate, ma intanto il destino si compie: Moscarda è riuscito ad annullarsi, e non per pentimento di qualcosa ma per il suo ormai conclamato disinteresse cosmico, più che pessimismo leopardiano. E lo zelantissimo prelato se non agisce per sè ma per qualche tipo di ambizione chiesastica fa pena?, suggerisce lui nel suo monologo interiore da narratore non proprio attendibile. Forse, ma noi non riusciamo ad essere ascetici come Moscarda, quindi decodifichiamo questo passaggio come una inversione creativa dell’Autore: chi fa pena è il protagonista, incanalato fatalmente nel solco dei suoi perigliosi princìpi: mentre gli altri ora addirittura ridono di lui, la sua testa è convinta di essersi staccata dal nominalismo che considera i nomi come le cose (è opportuno rileggersi “Le parole e le cose” di Michel Foucault) quando il nome (Moscarda in primis) è, nelle sue parole, solo “un’epigrafe funeraria”.

Secondo alcuni, nel dibattito semiologico solo il linguaggio sarebbe sempre lì, più oggettivo e imperioso degli oggetti incerti e problematici della scienza, e già fu infatti Heidegger a scrivere che “parole e lingua non sono come dei cartocci che servono unicamente ad involgere cose per il commercio del parlare e dello scrivere. È solo nella parola e nella lingua che le cose divengono e sono”, e Derrida lanciò una sorta di slogan, “Non c’è nulla fuori dal testo”, ma è chiaro che queste riflessioni riguardano solo la non immediata comprensibilità delle espressioni di un poeta ermetico o appunto di un filosofo, ma il contrapporsi agli “strumentalisti” che credono che le parole siano solo uno strumento non dovrebbe far ricadere in quest’altro eccesso, perché la dimensione del linguaggio, per quanto sia ontologica, non può essere una produzione “cosale”, di cose, che sostituisca il mondo degli oggetti; sarebbe appunto una concezione un po’ delirante che lo stesso Moscarda rigetta, a quel punto del romanzo.

In effetti, che lui si consideri vivo e quindi “non concluso” è un’idea che ci fa percepire quanto di positivo può ancora esserci in lui, ma tutti noi in questo mondo viviamo secondo un patto sociale rousseauiano che definisce le regole del vivere comunitario, e anche se io stesso, per voler essere un giornalista/scrittore e artista finisco col vivere un po’ da irregolare, costretto talvolta a sfanculare chi si ostina a non capire e criticare per partito preso, poi osservo gli esiti di quest’uomo cui ha dato vita Pirandello e sgomento esclamo: “A che prezzo!..” egli ha perseguito il suo distacco dalle convenzioni? Ha ottenuto protezione a costo di convertire il suo patrimonio in una struttura che è una pensione/clinica per indigenti nella quale egli stesso dimora lontano dalla città e al contrario perfettamente immerso nella Natura, in cui si identjfica come se fosse praticamente eterno, sì, e nobile, ma anche inanimato: “sono come quest’albero” e “solo io posso vivere” [così]. Rinasce così, “senza che il pensiero…” eppure dice anche “muoio ogni attimo”, “e rinasco senza ricordi”. Ora è estroflesso: vive in ciò che è fuori di lui ma naturale e non rigidamente preordinato…

Restiamo esterrefatti perchè non so voi ma io sono tipicamente occidentale e pure un po’ “decadente”, volendo, certamente non zen. Ma… un momento: il figlio di Pirandello, Ninì, ci informa anche che il padre era oberato dalle necessità invincibili e che forse anelava a una requie da qualcuna delle colpe di cui a volte ci carichiamo, e quindi questo libro era costato quindici anni di fatica al vecchio scettico (ma anche sempre bambino sano e cresciuto forte), ed era stato cioè uno scopo che, come per me il “Progetto NO”, era il motore, ma anche “il rifugio tormentoso anche evitato, talora, e temuto”, e il suo ricorrente senso di estraneità ai fatti gli fece desiderare un po’ angosciosamente di ritirarsi in qualche misura e vivere di qualcosa di puro – si veda la struggente esemplarità dell’episodio di profondo significato sociologico, ma oserei dire anche psichedelico, della passeggiata in campagna e del ritorno in città, nella prima parte del libro. Una purezza che consiste infine non solo negli alberi e nelle nuvole ma anche in un libro, questo libro, che è fatto di pagine di cellulosa ma anche della solidità del morale gioco/giogo della vita e perfino della commozione di chi riesce a cogliere l’abissale distacco dagli altri – che sono il nostro inferno, come scriveva Sartre (e sono concorde con lui) – pur cercando un po’ disperatamente di amarli cercando di immaginare quanta pena possano avere anche loro e se è il caso di provarla nei loro confronti anche se meno che per noi stessi – Pirandello per sè, e come lui in generale tutte le persone dotate di una particolare intelligenza e sensibilità.

Jean Paul Sartre.
Foto di Gisele Freund. 1968.

L’umorismo rende questo sofferto romanzo una testimonianza valida universalmente, oltre le tribolazioni del Pirandello uomo, e un breviario da ripercorrere per chi sente vacillare qualche sostegno. Al di là della sua trasposizione letteraria, la reale parabola dell’Autore siciliano è dunque, e ovviamente, una vittoriosa drammaturgia, perchè, ben lungi dall’essere nessuno, è stato Uno che ha influenzato molti scrittori a venire e che si è riverberato certamente in oltre centomila anime, e il suo afflato morale tanto è stato trainante e irrefrenabile che, malgrado lo storico suo errore dell’appoggio al Fascismo in un momento in cui questa orrenda piaga nazionale era evidente nella sua putrescenza, non ha mai scritto nulla che nella forma o nei contenuti aderisse ai deliranti proclami del vergognoso Ventennio, ma anzi, al contrario, mise in imbarazzo le fetide camicie nere col suo spirito critico da umanista che rifletteva non le idee pseudo-trionfalistiche e malsane del regime ma il sentimento scomodo ma profondamente etico della crisi dell’uomo moderno, e in quanto tale ancora ci parla prestandosi a un ventaglio di riflessioni anche nel sempre fondativo contesto scolastico, dove continua a essere studiato ottenendo immancabilmente il vivido interesse delle nuove generazioni.

il7 – Marco Settembre

– Non dedicato a, ma alla faccia di quella stronza e di tutti gli stronzi/e che le danno retta!
Spiego: se reagisco così è stato perché lei, di recente, a distanza di anni dalla separazione, ha sparso pettegolezzi su di me anche in ambienti a me vicini. Io rispondo così, con carattere ma soprattutto con la Cultura! –