Tedesco lui, tedesca lei; lui, un prete berlinese, lei anche berlinese di origine ma lavoratrice del circo, la quale per un giusto sdegno dovuto a un terribile sopruso si è ribellata e che grazie alle sue particolarissime qualità diventa una sterminatrice, una che se ne va in giro a sparare all’impazzata facendo parecchie vittime, oltre a quelle giuste: be’, il finale di questo racconto di Giorgio Scerbanenco è quanto mai romantico, perché la donna, infine ferita a morte e dissanguata, termina però la sua parabola sparando a casaccio ed esaurendo così tutte le sue pallottole fuori da una cascina dove si era rifugiata con degli ostaggi – comunque messi in salvo.
Tutto ciò per dire che effettivamente Scerbanenco, milanese di origine ucraina da parte di padre, sentiva la città come quello che è, un centro afferente alla mitteleuropa, e quindi in questo romanzo, “Europa molto amore”, non tra i suoi più celebrati, quali sono invece “Venere privata” e “Traditori di tutti” (letti da me anch’essi), descrive non la consueta storia a tinte fosche ma solo metropolitana, bensì la peregrinazione continentale un po’ picaresca, ma al femminile, di un paio di ragazze che dal punto di vista narrativo oltre che estetico sono ammirevolmente ben assortite, perché l’italiana è bionda ma non troppo alta, mentre l’altra è bruna, sicuramente invece con una notevole altezza, e berlinese anche lei, come a confermare che quindi in generale non solo la Germania ma in generale l’Europa e il respiro internazionale sono assicurati, nelle opere di questo grande giallista italiano; un autore di cui sono entrato a conoscenza un po’ tardi e solo perché avevo da tempo notato su una scaffalatura di casa, tra i libri più vecchi, proprio una edizione datata di “Traditori di tutti”, acquistata certamente, al tempo, dalla buonanima di papà, che evidentemente faceva anche letture piuttosto moderne, anzi a lui contemporanee, e stimolanti, che mi sarebbero appunto piaciute già da giovane se avessi avuto il piacere di farmele introdurre da lui nel caso in cui non l’avessi perso invece quando avevo quattro anni. Quindi solo ora, in età matura, anche ovviamente per il gusto da temo acquisito, e per la possibilità di affrontare tematiche scabrose, ho affrontato la lettura di questo romanzo agile ma ben costruito che diede la fama definitiva a Scerbanenco come giallista assicurandogli anche la vittoria in un premio letterario internazionale, il Grand prix de littérature policière al miglior romanzo straniero.
Sono rimasto effettivamente molto stupito perché pensai che avrei dovuto conoscere l’autore magari già da tempo, e però ho rimediato ora acquistando diversi suoi libri: ne ho letti quattro e sono quasi a metà del quinto, la sua antologia di racconti “Milano calibro 9”, nella cui introduzione si legge che lui, figlio di madre italiana e di padre appunto russo, dopo un periodo dell’infanzia trascorso lì nella madrepatria del papà, tornò in Italia con la madre e insomma crebbe facendo diversi mestieri finché iniziò la sua carriera editoriale come autore di storie rosa ben riuscite e molto richieste, collaborando con varie testate, ma con l’evoluzione del gusto e la crescita dell’ambizione passò alla giallistica perché sentiva appunto di avere quest’impulso a scrivere storie più dure nelle quali però ha mantenuto la presenza femminile in dosi piuttosto cospicue, un suo marchio di fabbrica accanto a una scrittura che comunque ha il dono della completezza perché sia l’ambientazione sia i personaggi sia le trame e sia l’arguzia e il sarcasmo e la la durezza che oggi chiamiamo pulp, cioè la forma caricaturale quasi buffa di certi atti di violenza, sono tutte caratteristiche che vanno a comporre una formula senz’altro molto apprezzata negli anni. Tant’è vero che lo stesso Oreste Del Buono, altra grande firma storica del genere nella nostra tradizione italiana, nell’introduzione di “Milano calibro 9” dice che lo ammirava come collega nella redazione editoriale in cui lavoravano, perché era veramente molto prolifico, una autentica “macchina da storie”. Noterei anche come, tra l’altro, lui avesse cambiato radicalmente abitudini proprio quando cominciò a fare il giallista, preferendo da allora lavorare la notte, scrivendo quindi in orari assurdi come capita anche a me spesso, le volte in cui sono libero da impegni la mattina seguente, e non c’è dubbio che, se da una parte la notte porta consiglio quando si deve magari riflettere su un problema, è altrettanto vero che le ore di buio hanno un’atmosfera che favorisce il flusso di di emozioni e di ispirazioni un po’ oscure, legate di volta in volta all’ignoto, all’inconscio, al crimine, e sotto il profilo autoriale al maledettismo risalente ai poeti, anche loro europei, del tardo Decadentismo di fine Ottocento, perfettamente adatto anche a chi vuole oggi, o ieri, produrre opere in una prosa forte come quella di Giorgio Scerbanenco, che non risparmia crudeltà e atrocità – in un mood però poliziottesco e gangsteristico ben più concreto delle eleganti anche se turbinose malie necrofile di James G. Ballard, autore proprio di “La mostra delle atrocità” e di “Crash” (tra i tanti titoli). Al limite, tra i nostri contemporanei, un paragone, per l’asprezza, potrebbe essere tracciato con il texano Lansdale, ma è ovvio che questi raffronti sono azzardati e non particolarmente sensati, per la distanza temporale e geografica tra gli autori, ma possono essere utili per chi vorrebbe orientarsi in una scelta in libreria all’interno di un genere con certe connotazioni di potenza abbinata alla elevata leggibilità. Tenendo conto alla lontana della quota di visionarietà di Ballard e del primo Joe R. Lansdale, quello ancora immerso nel filone avantpop, effettivamente il tono generale di Scerbanenco, questo storicizzato asso del giallo italiano, è schiettamente umano e realistico, per lo più, ma anche di compiaciuta durezza, tanto da non aver pietà per le (amate) donne, e da a volte accennare (o perfino prendere di petto) a pericoli per i bambini, come possibili vittime, ma anche no: basti pensare al mostruoso quindicenne criminale che sgozza un’anziana madre e tenta di fare lo stesso col figlio di lei, di soli dieci anni, e poi, dato che il secondo riesce a salvarsi e identifica l’assassino, fugge verso il Sud Italia in treno coi risparmi dei genitori e con la sorellina di cinque anni, febbricitante perché affetta da bronchite cronica; leggiamo qualche passaggio:
“Un assassino non lo si giudica dalla sua età ma da quello che fa”. (…) “Qui si tratta di un criminale fatto e finito, che abbia quindici anni o sessanta non ha nessuna importanza (…)” “Io voglio insinuare solo una cosa, che se gli danno solo dodici anni, fra 12 anni quello esce, ha solo ventisette anni e si rimette a fare il delinquente tranquillo”. (…) “Un ragazzo che appena libero, lo sai che cosa farà? Verrà ad ammazzarti, perché sei stato tu che l’hai fatto arrestare. E probabilmente ci riuscirà. Voi andate avanti col codice e loro vanno avanti coi coltelli, con gli spiedi, con le rivoltelle e con la minore età” – da “Minorenne da bruciare”.
Quindi il lettore sa che può aspettarsi di tutto, e questa è una chiave importante in questo genere letterario e in quelli affini, perché appunto mantiene la presa sul lettore e non gli fa mollare la pagina, dal momento che, al di là del fatto che la tensione può essere alleggerita, o introdotta, da note ambientali o sociologiche, o con qualche trovata grottesca – come dico io ora e come piace fare a me nella mia personale narrativa (mantenendo le debite proporzioni in termini di fama, ovviamente) – be’, però al tempo stesso si sa pure che in realtà non si scherza perché i personaggi, buoni o cattivi che siano, non hanno affatto assicurato il lieto fine, quindi di volta in volta si tratta di verificare se l’autore ha voluto prendere la storia sotto un’angolazione tutto sommato moralistica e comunque costruttiva che lascia un messaggio caratterizzato da un certo lirismo residuale, per ciò che possiamo concederci nella nostra epoca postmoderna, o se invece vuole dipingerci un quadretto cronachistico senza speranza in cui il cinismo ci scuoia.
D’altronde, quando uno intitola un’antologia dedicata alla propria città “Milano calibro 9” di cui un racconto – quello che ho citato in apertura – è “Spara che ti passa”, vuol dire che effettivamente ritiene che nella più efficace letteratura di genere, parallelamente a quanto accade nella persecutoria realtà che ci insulta e ci schiaccia, non si debba avere pietà e rispetto quasi per nessuno, salvo quando si tratta di lasciare responsabilmente al lettore il giudizio su un’epoca formicolante di sciagurate e sciagurati con le loro tragicomiche nefandezze. Il panorama umano che se ne desume, degli anni del boom economico, è davvero molto amaro, imbevuto di contraddizioni e delle relative reazioni di cattiveria purissima, in cui l’irrefrenabile voglia di emergere facendo quattrini non accetta ostacoli e trova intorno a sè patetiche sacche di ingenuità destinate a soccombere, ma per lo più paludi di disincanto in cui, citando una frase di “Europa molto amore”, “nella disgrazia non aiutare nessuno” (pag. 96), e di fatto la rappresentazione effervescente e un po’ edulcorata che è stata tramandata di quel periodo non trova posto. Eppure, così come un altro dei racconti dell’antologia si intitola significativamente “La vendetta è il miglior perdono”, è anche vero che tutto sommato c’è un certo equilibrio e una sapienza, nella prosa di Scerbanenco, che lo portano a lanciare messaggi, ammonimenti, considerazioni, anche solo impliciti, o almeno a tener conto, nel caso di “Europa molto amore”, di certi dettami che potremmo definire deontologici del letterato o anche solo redattore, ovvero, ad esempio, quando si narra una storia in cui è coinvolta la Polizia e quando vengono rappresentate in qualche modo le istituzioni di Paesi esteri, bisogna cercare di essere, sì, pungenti quanto si vuole, ma poi cercare di equilibrare il tutto restituendo la dignità a espressioni di un popolo che non è il proprio ma che può avere anche avere un posto più elevato nella scala della escheriana scacchiera dei rapporti di forza mondiali, come la Francia, la Repubblica Federale Tedesca e l’Unione Sovietica.
E la vicenda comunque, sviluppata in questo romanzo che uscì a puntate sulla rivista Annabella a partire dal 1961 – pubblicata in volume nel 1966, ha un suo motore ben preciso: l’incidente di percorso capitato alle due ragazze, Ornella e Barbara, intraprendenti oggetti ses… no, si pongono con noncurante indipendenza come soggetti sessuali, che si lanciano, loro malgrado, in una vicenda un po’ picaresca, sicuramente in gran parte on the road, che oggi può far pensare appunto a una storia simile a quella delle cinematografiche “Thelma e Louise” dell’iconico film anni ’80 di Ridley Scott, versione femminista dell’altrettanto epocale soggetto costituito dalla parabola tragica di Bonnie e Clyde; dimostreranno infatti coraggio e capacità di cavarsela anche con i loro pochi mezzi. Come le più tipiche ragazze moderne che già popolavano l’Occidente al tempo della scrittura del romanzo, hanno un forte senso di autonomia che trasmettono anche ai lettori e ancor più alle lettrici, e il loro spirito cameratesco al femminile ci rende partecipi della fuga – in fondo un classico del noir – nei loro scambi, quando si confrontano velocemente per prendere delle decisioni in situazioni di tensione o di rischio.
La storia potenzialmente è anche pruriginosa perché l’autore l’ha concepita in questo modo, si intende, però oggi non è poi tanto percepibile come stuzzicante perché in fondo non si verifica nessun particolare abuso e quei momenti in cui magari c’è un tocco un po’ più audace di erotismo, questo viene ben assorbito senza turbamenti eccessivi, ai nostri giorni, perchè è un substrato, una componente, che poteva essere magari notevole quando la storia è stata scritta, ma oggi diremmo che è un potenziale non pienamente sfruttato – io stesso nei miei nuovi lavori in rampa di lancio spingo di più su questo tasto, con più spregiudicatezza.
Ecco un esempio in “Europa molto amore”, da pag. 74:
Il padrone del caffè, alto, magro, dall’aspetto così sinistro che avrebbe potuto interpretare la parte di un assassino senza bisogno di alcun trucco, conosceva Karl, ebbe perfino un sorriso per lui, se era possibile denominarlo sorriso, e guardò loro due, le donne, come un intenditore che studia due angurie e così, a occhio, riesce a capire che sono buone, succose, perché fece dei cenni di assenso, di approvazione col capo, benché nessuno gli avesse chiesto nulla.
E poi, soprattutto:
“Italiana, non avrei mai pensato che lei fosse italiana”, il giovane ufficiale si era seduto sul tavolo e aveva posato sul capo di Ornella una mano, che ora passava leggermente fra i capelli di lei, mentre nell’altra teneva il bicchiere di whisky e la sigaretta, “così bionda, con gli occhi verdi, pensavo svedese, se fosse stata più alta (…)”, la voce sembrava avere quasi un certo strascico da ubriaco, e la mano, adesso, dal capo era scesa al collo, si insinuava sulla spalla attraverso la larga scollatura dell’abito. Ornella stai ferma, pensò Barbara, e poi lo pensò anche lei. Stai ferma. E zitta. Non ti muovere, neppure di un millimetro. E non fiatare. (…) L’ufficiale spinse la mano un poco più giù, sotto l’abito, fino a raggiungere la scapola. “Mi piacciono le persone sincere”, disse, buttò la sigaretta in terra e bevve un po’ di whisky. “E ha paura che io la violenti, o ha paura perché sono un ufficiale russo?” “Di tutte e due le cose”. Lui scosse il capo, estrasse la mano da sotto l’abito. “Un po’ magra, si sente troppo la scapola. Alle nostre ragazze, in Ucraina, no”, scese dal tavolo e andò a sedersi sulla brandina, dopo aver tirato la commovente tendina a fiori. “E adesso dirà che noi russi andiamo a peso”, il suo cattivo tedesco diveniva un poco più sopportabile con quel l’intonazione da bevuto. “Ci sono tanti muri che ci dividono, che dividono gli uomini uno dall’altro, questo di Berlino è il più idiota e crudele, ma non è l’unico. Ecco qui, siamo in una stanza di pochi metri quadrati, tre esseri simili, eppure siamo tre mondi differenti, Russia, Italia, Germania. (…)”
Come accennavo, il motore della storia è però un altro: il primo e il principale incidente di percorso che capita alle due ragazze, Barbara Krupp e Ornella Surà, le quali, per la loro intraprendenza, accettano a cuor leggero di attraversare parte dell’Europa in compagnia di un tale che sembrerebbe di primo acchito piuttosto rispettabile e attendibile, come personaggio, avendo anche, oltre a un’età matura, un titolo nobiliare: il conte Pierre de Semoult. Si dà il caso invece che questo tizio, pur non avendo personalmente delle mire particolari su queste ragazze, cerca di trascinarle in un giro che poi più avanti nel romanzo viene chiarito essere parte della famigerata tratta delle bianche, con una centrale operativa in Francia e anzi proprio a Parigi, e quando le due ragazze scoprono queste intenzioni, durante il viaggio in macchina, si ribellano, e nella loro reazione commettono questo omicidio che rischia poi di costar loro molto caro perché, mentre da una parte risultano essere proprio come Thelma e Louise, due ragazze quindi anche abbastanza pericolose o comunque capaci di reazioni forti e di carattere, dall’altra restano due giovanissime, rispettivamente di 27 e 22 anni, che commettono una gravissima imprudenza che insieme all’omicidio segna il loro percorso, cioè l’aver smarrito i loro documenti, i loro passaporti!
Quando loro appunto cercano di proseguire per la loro strada da sole ma non sapendo esattamente dove indirizzarsi e lasciando sul posto l’automobile con dentro il corpo di questo tizio poco raccomandabile, comincia appunto la parte in cui loro sono costrette a dimostrare ogni volta il loro spirito di sopravvivenza. Dal punto di vista erotico non ci sono episodi veramente eclatanti, ripeto – si può ricordare, oltre ai due citati prima, questo breve passaggio: “Berto rientrò nell’autorimessa. Uno dei meccanici gli gridò: “Adesso le sistemi a due per volta, Bert?” Accennò di sì. In fondo il cuore cominciava un poco a battergli, non era poi così sicuro che sarebbe tornato, e se non fosse tornato, che cosa avrebbero fatto quelle due povere bambine? Era solo per questo che gli batteva il cuore, a sé non pensava, ma quelle povere bambine, quelle povere bambine…”, il tutto riferito al giovane italiano trapiantato in Berlino, quasi divenuto pazzo, si dice nel testo, per la sua spiccata sensibilità verso le due ragazze, da proteggere dal loro destino di braccate e senza meta, sentimento che subito sterilizza nella pagina la malizia spinta dei tipici maschi da officina.
Il passaggio dirimente, al proposito, c’è stato un po’ prima, quando Ornella dice tra l’altro a Barbara, riferendosi al sordido complice del nobile che voleva trascinarle in un certo mondo e che era rimasto ucciso: “Ah, sai che mentre tu dormivi Karl mi ha fatto la predica?”, disse Ornella, e poi aggiunse: “Sono quasi convinta a dargli retta”. Si sorrisero, e Ornella disse ancora: “In fondo mi ha spiegato delle cose vere. Mi ha spiegato che solo lui può farci avere i documenti che ci occorrono, e che se siamo con lui, non solo abbiamo tutte le carte in regola, anche il passaportino per attraversare la zona russa, ma guadagneremo molto bene, tanto bene quanto non riusciamo neppure a immaginare”. Disse sarcastica: “In fondo ha detto la verità. Se gli diamo retta siamo a posto, e nel modo più facile e più semplice”. Era verissimo. Peccato che non avessero il temperamento per lavorare per Karl, occorreva una certa predisposizione che loro non possedevano.
E sette righe più avanti dice:
“In fondo siamo due donne”, le si avvicinò parlando con voce più bassa, “meglio lasciargli credere che ci siamo ammorbidite”;
questo perché chiaramente le due ragazze dovevano cercare di gestire la situazione facendo buon viso a cattivo gioco, così come a sua volta anche il loro aguzzino fingeva di essere propenso ad aiutarle quando in realtà aveva non solo i suoi secondi fini ma meditava anche di vendicarsi facendo loro del male. Ma comunque in assoluto è assodato che l’inganno, anche se può essere condotto da uomini quando il gioco si fa duro, come suol dirsi, è però molto tipico delle donne, che hanno tra le loro caratteristiche una violenza non fisica ma psicologica, e quindi, anche quando, a parte Karl e le due protagoniste, le donne si ammorbidiscono, non è sempre opportuno lasciarsi abbindolare e accettare questo volto mellifluo, perché alcune volte magari il colpo l’hanno già inferto; quindi perché perdonarle? Anche una donna può essere spregevole e poi raccontarla – o farsi raccontare – come je pare, con le fandonie della sua versione. Nel caso di Ornella e Barbara, non possedevano una certa predisposizione, e ok, la morale è salva, ma Ornella qui ha vacillato, sia per il denaro sia per il sesso, che se vogliamo è un altro tipo di valuta, se non di valore (pag. 87).
L’amore che è contenuto nel titolo finisce col fare invece soprattutto riferimento a due personaggi che inizialmente sembrano marginali, essere presenti cioè solo nei vagheggiamenti delle due ragazze, ricordi di due vecchie conoscenze da loro precedentemente incontrate e trascurate, cioè due baldi giovanotti incrociati qualche tempo prima. Di nuovo, si può osservare come da una parte loro siano caratterizzate da questo coraggio incosciente che riscatta la loro connaturata fragilità, ma dall’altra si coglie, in questo aspetto specifico del trattamento riservato ai loro quasi coetanei, una certa crudeltà femminile dovuta magari all’età, appunto 22 e 27 anni, in cui magari si sovrappongono passaggi di vita, capitano delle occasioni, che vengono trascurate perché l’istinto e un distacco da giovani femmine snob suggeriscono forse che non è ancora il tempo di impegnarsi; quindi c’è questo accenno episodico a questi possibili amori trascurati che nel momento in cui vengono vagheggiati per opportunismo vengono anche considerati tiepidamente come mere opzioni nel contesto dell’urgenza di uscire fuori dai guai in cui le due si sono cacciate. Questo aspetto quindi viene narrativamente gestito in modo separato e lontano, cioè i due giovanotti vengono rievocati in due momenti diversi anche spazialmente; nella struttura del romanzo acquistano singolarmente un rilievo da personaggi di rilievo in due fasi separate della vicenda – il romanzo stesso non è suddiviso in capitoli, per cui ecco che sono costretto ora a effettuare questa suddivisione in due parti in maniera sommaria e schematica rispetto a una narrazione che invece procede in maniera piuttosto fluida.
Il giovane francese, Andrè, viene presentato dall’autore quasi incidentalmente, attraverso le parole di Barbara, come un poliziotto, anche se molto gentile soprattutto con tale sua conoscente tedesca, ma naturalmente, proprio per il mestiere che svolge, si pone come di sicuro non il migliore aiuto per le due ragazze, o anche solo per la sua preferita, quando c’è di mezzo un delitto, e infatti quella parte del romanzo – che non ha una suddivisione in capitoli – è contrassegnato proprio da questa contraddizione: cioè le due giovani, che non sanno in pratica a che santo appellarsi, passano attraverso una fase in cui si abbarbicano a quest’idea di aiuto che può venire dal giovane ufficiale della Polizia francese, anche se si rendono conto che così, anziché essere a rischio nel senso di in balia di ambienti criminosi, saranno sempre sul filo della lama, passibili di essere da un momento all’altro smascherate e incriminate, in particolare quando questo giovane insiste a invitarle a un ballo serale della Polizia. Scerbanenco stesso dimostra con ciò di non aver certo timore nel maneggiare la duplicità di una simile situazione al limite, in cui va gestita drammaturgicamente sia la necessità angosciosa delle due ragazze di sciogliersi dall’impegno e proseguire in qualche modo la loro fuga pur senza sapere esattamente in quale direzione, sia l’obbligo morale narrativo di far apparire l’ufficiale di polizia come un uomo duro sul lavoro nonchè irreprensibile, che è disposto naturalmente, per l’amore malcelato verso la sua Barbara, ad accoglierla dismettendo cortesemente i suoi panni di severo rappresentante della legge, salvo poi essere piuttosto ligio al dovere quando viene avvisato da qualcuno che effettivamente le due ragazze sembrano implicate in qualcosa di piuttosto grave e pesante.
La situazione presenta due volti che dunque Scerbanenko delinea perfettamente alternando le emozioni e rendendo la trama avvincente proprio perché la bipartizione viene riproposta sia nelle due metà del romanzo, sia nelle due coppie di protagoniste e protagonisti, che dopo tale odissea verranno a confluire nel finale, conoscendosi ed apparendo tutti piuttosto provati: chiaramente, spesso dove c’è l’amore, anche molto, come dice il titolo, promettendoci una lettura appagante da quel punto di vista, c’è sofferenza. E ci troviamo in Europa e c’è il pericolo che due ragazze un po’ intrepide, ma senza l’americano mito della frontiera selvaggia incarnito nelle ossa, vedano il proprio desiderio di libertà, in cui magari il lettore stesso si culla pensando a cosa si può provare ad essere così costrette a vivere alla ventura, entrare in collisione con i pericoli e le insidie del sottomondo dei traffici illegali: denaro, persone, droga, perfino due capsule di cianuro. Il desiderio morboso del lettore può essere quello che ci sia qualche scena di sesso esplicito, ma quello prevalente è che, dopo averci fornito uno spaccato dinamico della mitteleuropa, la vicenda si sciolga e la legge faccia il suo corso dimostrando però che le due ragazze non sono così avviluppate nel nodo diciamo concettuale della storia: la colpevolezza ineludibile di due giovani un po’ avventate. La vaga sensazione vertiginosa di imbuto – si dice in questi casi che il cerchio è destinato a stringersi sempre di più – rende tutta la storia avvincente, e l’attesa dell’amore una perdurante e produttiva frustrazione narrativa.
L’altro baldo giovanotto viene ricordato in particolare dalla milanese Ornella ed è un italiano che però lavora in Germania ed è in quella direzione che in qualche modo le due si dirigono, non certo autonomamente ma sfruttando in qualche modo, oppure subendo, l’influenza e i mezzi offerti da personaggi diversi; uno in particolare è quello che in pratica fa da vettore tra la prima e la seconda parte del romanzo, secondo questa mia divisione molto schematica.
È il complice del morto, un complice del nobile che le due ragazze hanno ucciso quasi accidentalmente, e questo personaggio è un tipo decisamente viscido, tanto che Scerbanenco, per renderlo, quando tratta il dialogo tra lui e Barbara con Ornella, ricorre a un espediente tecnico-stilistico peculiare: fa in modo che subito dopo le frasi che questo tizio pronuncia rivolto a loro due ci sia un’altra frase o due che lui pensa tra sé e sé e che rivelano a noi, lettori onniscienti, che lui ha una doppia faccia. Ecco un esempio: “Adesso siamo a posto”, disse Karl. (…) scese di macchina, andò dietro alla Mercedes, si accucciò a testa in giù (…) Non c’era nessun guasto, la macchina non tendeva a destra per niente, le sospensioni erano in perfetto ordine. Se quelle due straccione credevano di imbrogliarlo, adesso avrebbero imparato. Le avrebbe lasciate giù, ci avrebbero pensato i russi ad ammorbidirle, trovandole per l’autostrada, sole, a piedi, con delle carte che a un esame più approfondito sarebbero risultate false”.
E anche:
Karl si alzò di nuovo. Brutte rognose, sarete come sparite dalla faccia della terra, non vi troverà più nessuno, non sarete più niente e in Siberia avrete tanto freddo, tanto. “Dovreste scendere un momento”, disse a Barbara che sedeva vicino al volante, “con voi sopra non vedo bene cosa c’è nelle sospensioni”.
Ma già quando le aveva incontrate lungo il cammino, di fronte alla minaccia di Barbara di attirare l’attenzione pubblica gridando insieme a Ornella, lui aveva assunto questa strategia, di fingere di essere accomodante con loro per cercare di riportarle all’interno di un piano prestabilito e però, non potendolo fare nell’immediato, assecondarle e intanto covare vendetta meditando di ucciderle o comunque di fargliela pagare in maniera veramente molto pesante.
“No, no, Barbara, se vuole le do il passaporto”, fece solo il gesto di levarlo dalla tasca posteriore dei cortissimi calzoni. Disgraziate, se riusciva a tenerle sotto le sue unghie, le avrebbe sistemate.
E quindi, dopo essersi destreggiate con autonomia e spregiudicatezza ma sempre in modo arrangiaticcio, trattandosi solo di due giovani ragazze e non di due professioniste del crimine, le due si trovano a dover accettare o cercare aiuti sempre più vincolanti. Hanno la possibilità di cogliere un aiuto insperato e poi di sfuggire a quel pessimo soggetto, ma insomma debbono un po’ adattarsi a seguire delle direttive, perché strada facendo si ritrovano sempre più con l’acqua alla gola, e, calando nell’imbuto a cui mi riferivo prima, si ritrovano, dopo la rasserenante ma del tutto temporanea pausa familiare tra i parenti di Barbara, in un passaggio obbligato, cercato da loro due come extrema ratio, che è un confronto di civiltà oltre i muri, non solo metaforici ma proprio materiali – il riferimento è proprio al muro di Berlino: il nuovo e più stretto confronto con un colonnello sovietico che già in precedenza gli aveva dato un passaggio in auto nel momento in cui la macchina su cui si trovavano, sempre per circostanze particolari, una Mercedes, si era guastata.
Eppure, anche dopo il “capitolo” interessante, molto atmosferico, ambientato nella sede nella centrale dove operava questo ufficiale militare sovietico, si scopre che il problema, la loro spada di Damocle poliziesco-giudiziaria, che sembrava potesse essere risolto grazie a due passaporti confezionati velocemente e in qualche modo truffaldino da parte delle autorità di quell’ufficio, resta irrisolto. Nel mutamento di scenario scatta il colpo di scena, o almeno il colpo alle speranze di farla franca, quando anche le autorità elvetiche, che appunto, come dicevo nel discorso introduttivo, vengono anch’esse rispettate dal romanziere Scerbanenco, si mostrano altrettanto inflessibili e anzi disincantate, come a voler dimostrare che fuori dal contesto della sfera di influenza rossa, oltre la cortina di ferro, anche il peso dei passaporti o dei visti sovietici non è poi così incontestabile com’era stato prospettato alle due giovani.
La trama in quella fase del romanzo diventa di tipo legale-burocratico, e, si direbbe oggi: ci può stare, dato che in certi film drammatici anche hollywoodiani intere trame, o momenti della trama, filtrano la vicenda nel genere del legal thriller, cioè tutto viene interpretato secondo il canone del dibattito tribunalizio; in questo caso non è proprio così, è una questione burocratica e legale o appunto poliziottesca. Ma intanto, anche il momento di conforto legato agli aiuti precedenti che hanno ricevuto le ragazze in Germania, cioè quello della famiglia di Barbara e il tentativo di imboscamento nell’albergo in cui lavora l’amico di Ornella, appaiono come elementi lontani di uno sfondo ormai indistinto: le due protagoniste sono imbottigliate in questa situazione e la loro prospettiva pare sia quella di dover scontare la loro colpa, ineliminabile e inestirpabile, in una galera svizzera o francese.
Ma Scerbanenco deontologicamente non deve solo rendere onore e giustizia alle forze dell’ordine dei vari Paesi rappresentati, ma anche rendere lo stesso servigio a due altri eserciti: quelli delle donne e degli uomini. Orbene, Ornella che magari potrebbe rappresentare l’anello debole tra le due perché è la più giovane e bassa, anche se sono attraenti entrambe in quanto snelle e curate, quindi sicuramente molto sexy, diverse volte durante la storia figura come quella che riesce ad avere dei guizzi di praticità e di lucidità nel momento in cui magari l’altra osserva delle pause. Allora d’un tratto capita proprio quasi inaspettatamente a Ornella di dire che in fondo gli uomini sono fatti apposta per compromettersi con le donne e quindi esorta la sua compagna a non farsi troppi scrupoli e a farsi aiutare appunto dal suo amico Berto che lavora nell’albergo. Questo è solamente il momento in cui la frase viene declamata a proposito di uno dei due personaggi maschili, ma in realtà è un concetto chiave all’interno del romanzo, perché la stessa norma non scritta e spietata viene applicata anche nei confronti del poliziotto francese, e si può quindi commentare che le donne, quando sono consapevoli della loro bellezza aumentano con ciò la loro forte attrattiva e la loro capacità seduttiva, mentre gli uomini si sa che devono essere consapevoli di questa dinamica ma gestirla con un opportuno tira e molla magari anche dimostrando in maniera esplicita di essere sensibili alla bellezza e al fascino generale di una donna, ma, con altrettanta nettezza, di avere polso virile quando è necessario richiamare al rispetto dovuto, essendo figure che possono e in molti casi devono essere delle guide per donne che in fondo in qualche modo prima o poi dimostrano la loro fragilità al cospetto di forze superiori, come quella del Potere, quando questo è inesorabile e fa sentire la sua morsa.
Ecco allora che l’autore, mentre in precedenza ci ha permesso di vivere delle emozioni sull’onda dell’intraprendenza, del coraggio e dello spirito d’iniziativa e della resilienza (come si dice oggi) delle due ragazze, poi in questa seconda parte, man mano che si scende giù nell’imbuto della vicenda, ci porta a vivere un’emozione diversa, quando la tensione, divenuta ancora più palpabile, a tratti si scioglie offrendo spazio per il pianto, uno spazio che aumenta, perché questi momenti di commozione, da brevi accenni, aumentano e punteggiano la storia facendoci vivere la drammaticità crescente e l’emotività a pelle di queste due giovani donne che si sono ritrovate in una storia più grande di loro, come si dice in questi casi. Il lettore o la lettrice si immedesimano ancora di più, perché, appunto, non si vive solo il momento di esaltazione e l’ebbrezza della libertà, anche se problematica, ma anche la sua nemesi, derivante dalla tensione, dalla paura, dal senso di ignoto, dall’incertezza, dal senso di impotenza e però anche dal dissidio interiore che si prova quando ci si ritrova ad essere aiutati da qualcuno che magari è diverso da noi, con diverse attitudini, una diversa cultura, qualcuno che sembra temibile o forse perfino respingente, ma che mostra di avere una certa nobiltà perché prende a cuore, sorprendentemente, le sorti di qualcuno come queste due ragazze in difficoltà, presumibilmente al di là dei loro demeriti.
In definitiva, nella prosa di Scerbanenco troviamo un ambientazione perfettamente riuscita, dotata dei dovuti particolari, con note non banali che fanno colore, e personaggi stimolanti e incisivi, delineati a tutto tondo, anche se volutamente non tutti verosimili, proprio perché così, con qualche eccentricità, certe figure risultano ancora più caratterizzate e indimenticabili, naturalmente anche attraverso le loro gesta. E questa di “Europa molto amore”, come anche le altre storie di Scerbanenco, ha una trama che funziona, con dei rimandi interni che appunto si confermano e si puntellano l’uno con l’altro anche a distanza di molte pagine, e quindi con un ritmo che sostiene la narrazione e rende il tutto veramente funzionale e accattivante. Non mancano naturalmente, in una storia così avventurosa, le note un po’ esistenzialiste, nutrite di cinismo, di sarcasmo, di grottesco:
A pag. 109:
L’inferno è sempre molto più brutto di quello che si pensa. Non potevano immaginare che la catastrofe fosse così completa.
A pag. 123:
Ma nessuno può dire che cosa sia saggio o no, nessuno lo sa, se non molto tempo dopo, troppo dopo, quando riesci a capire se quello che ha fatto dieci anni prima era saggio oppure non lo era, quando ormai non gli serve più a niente capire.
E il colonnello Igor Ruvscenko aveva detto, a pag. 101:
“Buona fortuna”, disse. Abbassò la voce: “Tutti abbiamo bisogno di fortuna, oggi. Di molta fortuna”.
A pag. 103:
È facile dire bugie, specialmente se se ne devono dire tante.
E questa inclinazione alla sentenziosità para-filosofica pragmatica e amara è stato un bagaglio personale di Giorgio Scerbanenco, proprio perché lui stesso si ritrova a essere un personaggio al crocevia di due diverse culture.
Compiendo ora un passo indietro, rituffandoci nella sostanza del libro e di questa recensione, pensando ai lettori e lettrici che attendono di veder sbocciare questo amore in Europa, non rinuncio a inventarmi una chiosa, per quanto riguarda l’attesa. Il funzionario russo ma dall’aspetto un po’ da marsigliese, a pag. 92, scrive, osserva i documenti delle due donne e viene interrotto più volte dal telefono, sulla scrivania, e “Rispondeva solo “Da, da, da”, poi riattaccava”. Scerbanenco, quattro righe dopo, prosegue: “Attendere è molto deprimente” – un’epigrafe per la burocrazia del blocco orientale durante la Guerra Fredda – “Per guardare un documento occorrono due o tre minuti, al massimo cinque. Dopo dieci minuti quello stava ancora col naso nel passaporto di Karl, e altri lunghi minuti stette ad annusare le carte delle ragazze. Poi posò i documenti davanti a sé, uno sopra l’altro, sollevò il ricevitore della forcella, schiacciò un bottone e cominciò a parlare; non si limitò a dire Da, a bassa voce, fece un lungo discorso. Ogni tanto s’interrompeva, ascoltava, poi riprendeva a parlare”.
Un po’ più avanti l’autore continua: “E ciò che è ancora più deprimente è il silenzio. (…) Anche se hanno scoperto che siete un feroce criminale nazista, al momento non vi dicono niente, vi fanno aspettare, naturalmente vigilati, e continuano a telefonare, a scrivere, a guardare i vostri documenti, come se non sapessero nulla su di voi, e quando viene un soldato a mettervi le manette, non vi spiegano nulla, non vi dicono che sanno, che vi hanno scoperto, niente”.
Eppure, “La speranza è una ricchezza smisurata, non finisce mai”.
Anche la speranza di incontrare l’amore è così, mi permetto di specificare; sembra inesauribile.
I due giovani che poi in momenti diversi della storia sono stati, diciamo, valutati (come oggi sulle dating app?) o forse rivalutati… be’, prima valutati opportunisticamente come aiuti da sfruttare e poi rivalutati come possibili fidanzati e come occasioni ingiustamente trascurate da parte delle ragazze, sono due figure che in qualche modo hanno vissuto a lungo nella storia, diciamo soprattutto nel fuoricampo (in termini cinematografici) della storia, cioè a monte, quando ancora la storia non è cominciata, ovvero nei racconti delle ragazze, più avanti, quando si ricordano di loro, di averli lasciati in attesa, di averli cioè conosciuti un paio d’anni prima e averli poi lasciati senza ulteriori accordi. Beh, allora in quella fase lì, che viene solamente ricostruita nelle parole delle ragazze, ma anche dopo, nel corso del romanzo, quando ciascuno di loro, essendosi compromesso per queste donne, si ritrova a chiedersi quale sarà il loro destino, oppure a meditare se fosse più opportuno dimenticarle proprio perché magari il sacrificio, tale compromessione, era stato pesante – mi sto riferendo soprattutto al poliziotto francese, a cui sono stati tolti i gradi, ma anche all’altro, licenziato senza riguardi e senza cioè la possibilità di congedarsi con un saluto dai suoi ormai ex colleghi connazionali dell’albergo – ecco: allora, in quelle fasi, chiaramente i due giovani hanno vissuto l’attesa…
E l’attesa è qualcosa che in questo periodo della mia vita mi ha davvero macinato cuore e testa e fegato; ora non so cosa finirò per concludere nell’arco di qualche settimana (?), e sono consapevole del fatto che in certi ambiti, non degli scenari europei ma delle piste virtuali online le relazioni diventano un articolato inferno in cui anche chi si pone come guru propone schemi appicativi di tipo strategicamente meccanico per gestire le faccende di cuore, per lucrare sulle relative consulenze (in alcuni casi senza neanche avere alle spalle lo spessore di una formazione psicologica o sessuologica seria), che infatti non ho mai preso in considerazione, ma intanto, per tornare all’aspetto vivo ed emozionale della questione, va detto che, anche se potrebbe essere tutte finzioni legate a formule speculative di intrattenimento che col vero amore (o sesso?, non so, ma il sesso purtroppo ha anche un mercato) hanno ben poco a che fare, se non in caso di miracoli, be’, è paradossale che una trentenne mi si presenti come propositiva, tanto quanto me, dicendo “Basta coi blablabla, in generale” e poi mi tenga appeso a lungo ai tempi un po’ dilatati delle sue valutazioni. Interessante, già, perchè la questione è promettente, ma lo stress è palpabile, in queste relazioni a distanza divenute oggigiorno così comuni. Avendo io, medestamente, personalità da vendere, è capitato che le abbia anche chiesto per quale tipo di stuzzicante perversione – in senso molto ironico – fosse proprio lei a fare il blabla. Vanessa non risponde, su questo. Simpatica; che peperino. Però non è una “truffatrice” del sentimento, lei, no.
Con le parole del celebre filosofo e saggista Roland Barthes in “Frammenti di un discorso amoroso” vorrei dire che l’attesa è un “Un tumulto d’angoscia”; e “sto aspettando un arrivo, un ritorno, un segnale promesso; ciò può essere futile o infinitamente patetico”. Colpa senz’altro, in particolare, di qualche altra dama maligna e neo-machiavellica che ha architettato quella trappola del desiderio e l’ha perfidamente rivestita del puerile trucchetto del no contact, aggiungerei. Poi Roland Barthes fa un paragone probabilmente letterario ed aulico e subito dopo torna alla realtà: “Io sto aspettando solamente una telefonata ma è la stessa angoscia. Tutto è solenne; non ho il senso delle proporzioni”. Così, poco oltre scrive anche: “L’essere che io aspetto non è reale. Io lo creo e lo ricreo continuamente a cominciare dalla mia capacità di amare, a cominciare dal bisogno che io ho di lui [lei], e se lui [cioè lei] non viene, io lo allucino. L’attesa è un delirio. (…) E ancora conservo l’abitudine di allucinare l’essere che ho amato (…) credo di riconoscere la voce che amavo. Io sono un mutilato che continua ad avere male alla gamba amputata” (!), e anche “La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta”. “Come se si trattasse di far scemare il mio desiderio, di infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, passatempo millenario dell’umanità”.
E poi, in chiusura di capitolo, cita quella che forse è una micro-novella di diversi secoli fa, probabilmente, su un mandarino, inteso come autorità cinese, e una cortigiana: be’, nell’ultima frase del capitolo Roland Barthes scrive che una notte prima della scadenza estrema… “alla novantanovesima notte, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio e se ne andò”, come a dire che, per quanto l’attesa sia eroica e sia una sofferenza indicibile irrazionale che da sola vale il senso di un intero amore sotto forma di colossale devozione, eppure il giacimento minerario non è infinito; perché poi in fondo è giusto che ognuno di noi, uomini di valore, ami prima di tutto sè stesso, e quindi, per salvaguardare la propria dignità, senza la quale non esiste donna che apprezzi, bisogna infine lasciar perdere chi non ci merita e andare a cercare qualcun altro. Ma sicuramente anch’io che ho l’autostima alta, tanto che qualche idiota semisconosciuto si permette di dirmi che starei su un piedistallo, sostengo che il tentativo si fa, e magari si conduce anche molto molto a fondo, perché noi siamo anche quello che diamo, al di là di quello che possiamo ottenere; non tutto può tornare indietro ma insomma la nostra capacità di offrirci, anche e soprattutto se siamo davvero preziosi, per estetica e intelligenza, testimonia appunto di un’altra nostra qualità, che è la generosità e l’intensità del sentire. Forse non basta la Opel spectral blu, manca il Mercedes bi-turbo, ahah!
E se le donne sono una presenza costante nella letteratura di Scerbanenco, vale la pena di ricordare certe piccole e cruciali avvertenze che lui dissemina nei suoi lavori, allora, per restare nel tema delle attese e degli inganni; dal laconico “Sì, lo so che ti piacciono le donne, ma vai avanti”, nel succitato racconto “Spara che ti passa”, alla presunta manovra di un boss operata verso uno dei suoi “corrieri” per verificare che lui non si faccia ingannare dalle donne, in “Basta col cianuro”. Ma ricordiamo di nuovo anche la presenza dei tedeschi, per ricollegarci qui all’inizio di quest’articolo, con i “crucchi” di “In pineta si uccide meglio”.
Per finire con la feroce spietatezza, esemplare, del personaggio che dice all’ufficiale di polizia “E se qualcuno dovesse inventare qualche cosa per far risuscitare gli uomini, e quei sei li resuscitassero, li riammazzeremmo di nuovo (…)”, mentre lo fanno portare via insieme al figlio, col narratore che chiosa: “Con l’odio non si parla” (in “Preludio per un massacro estivo”).
Con l’amore invece sì, si parla (/parlerebbe) volentieri, ma, se ci si specula sopra, ogni trasporto e ogni ottima qualità sono sprecati, e su certi domini on line che sfruttano tutto ciò per fatturare senza scrupoli calpestando la sensibilità e il sentimento, bisognerebbe sganciare una piccola testata nucleare.
il7 – Marco Settembre
Sab 9/8/2025 + dom 10/8/2025 6:33














