Underworld. Il sottomondo invisibile.

Sembra francamente strano che, dopo che s’è detto per decenni che in Italia eravamo colonizzati culturalmente dagli americani, ci sia qualche lettore, pure non occasionale, che si tiri indietro di fronte non tanto alla mole dello straordinario, incredibile “Underworld”, il capolavoro di Don DeLillo, ma al suo prologo, dove viene raccontata con dovizia dei particolari, in modo atmosferico e coinvolgente a più livelli, una partita di baseball, e non una qualsiasi ma bensì la finale del campionato. Proprio per la capacità immersiva dell’autore, con la sua ricostruzione di tutto un contesto che va dai protagonisti della partita alla folla degli spettatori, agli operatori dei media che “coprono” l’evento, fino a quegli spettatori singoli che sono determinanti per il racconto – VIP e qualche personaggio comune simbolicamente significativo – e poi con tutto ciò e col tono costruendo appunto un’atmosfera non solo adrenalinica ma epocale, con valori allegorici anche meno prevedibili e più profondi, be’, non dovrebbe essere difficile immedesimarsi e farsi conquistare da una narrazione di questo tipo, anche se certamente si discosta dalle nostre storie di sport imperniate sul calcio (che lì invece si chiama Soccer). A prescindere da questo e dal prologo, su cui tornerò a breve, è piuttosto corretto, anche se prevedibile e canonico, presentare questo enorme – in tutti i sensi – volume di quello che forse è il maggiore scrittore vivente contemporaneo come un gigantesco affresco della società e della storia americana del ’900, ma potremmo aggiungere subito, per doppiare questa espressione, che al tempo stesso questa grande opera è anche uno spaccato della capacità di DeLillo stesso di penetrare questa materia, e in generale quella che viene chiamata la realtà, nelle sue varie dimensioni, piegando la sua creatività ad assecondare le pieghe stesse superficiali o profonde dei mondi pubblici e privati di cui non riusciamo a tener conto parallelamente in tutta la loro stratificazione di significati oppure, volendo, nella foresta di simboli, come diceva Baudelaire. Simboli che poi però nel Postmodernismo, di cui DeLillo è uno dei massimi alfieri insieme a Philip Roth e a David Foster Wallace, collassano in segni, come insegnava il mio professore di antropologia culturale delle società complesse già negli anni ’90. Ovvero, in questo movimento, che riflette in maniera artistico-letteraria la nostra realtà più o meno dagli anni ’80, la complessità è percepita come tale da non poter essere appunto facilmente esplorata nelle sue implicazioni, per cui si preferisce restare in superficie e giocare con questi simboli presentandoli magari in forma meramente estetica con il taglio del divertissement, anche se l’intensità dell’impegno analitico è quanto mai evidente nella proposta di un tomo da quasi 900 pagine! Era anche con questo tratto fondamentale che negli anni ’90 Francois Lyotard, teorico appunto del Postmodern, lo delineava, ma io ancora ero troppo giovane per poter confrontare questa definizione con esempi davvero importanti e illuminanti, e d’altronde DeLillo pubblica “Underworld” nel 1997; però oggi diremmo che se i simboli dunque perdono la loro capacità di costruire senso componendo allegorie più ampie e articolate, e diventano, come diceva appunto il prof. Canevacci, segni geometrici che rimandano a campi di significato citati senza approfondimento, come quando tra anni ’80 e ’90 circolavano magliette e cappellini che riportavano scritte in cirillico o fregi di tipo post-sovietico (e questo esempio che riporto non è casuale, ci tornerò in seguito quando parlerò non del prologo ma dell’epilogo del volume “Underworld”), è anche perché i pattern con cui tanti simboli si combinano e ricombinano sfuggono a una lettura univoca e vanno esplorati in blocchi, con una necessaria frammentazione in cui il senso si ricompone solo attraverso la profonda umanità degli indizi e argomenti, cambiando ottica a seconda del momento storico o seguendo il ritmo e il respiro estetico della narrazione.

In un capolavoro epico e ancora modernista, prima che essere post-, perché è il risultato dello sforzo eroico e non (solo) ironico e frammentato dell’autore di produrre il fatidico Grande Romanzo Americano, qualcosa che fosse ambizioso nel suo ritrarre l’inafferrabilità dei nostri tempi, si trovano tranche de vie che fanno esclamare che di fatto l’operazione è riuscita perché l’affresco è imponente nel catturare sia la contemporaneità sia quattro decenni dell’America, dal dopoguerra – gli anni ’50 – in poi, affrontando temi come la Guerra Fredda, i beatniks e la Controcultura, l’arte, il crimine, il consumismo, la paranoia, i miti pop, e il disincanto, le relazioni familiari e di coppia, l’amicizia, e la presunta fine della Storia; il tutto attraverso una trama corale, approssimativamente cucita insieme, specie nelle prime parti, da una specialissima palla da baseball, ma in particolare vengono fatti emergere interrogativi morali e considerazioni sulla vita che il lettore riconosce come vere e pesanti, manifestate in esistenze dal valore simbolico che fanno pensare, pur senza poter mai, come nulla forse, sciogliere in un modo ortodosso i nodi del destino che però tutti riconosciamo con i suoi paradossi. 

La lunghezza dell’opera e la sua struttura non lineare, suddivisa in corpose parti, a loro volta composte da capitoli in cui spesso la storia passa da un personaggio all’altro come fulcri, con la voce narrante che può essere dell’autore o di uno dei protagonisti, può scoraggiare chi non è un cosiddetto lettore forte, o far emettere giudizi con riserva sulla sua leggibilità, ma, come accade per altre opere fondamentali della Letteratura, chi si sobbarca l’impresa viene ricompensato dalla qualità dell’esperienza, specie se davvero ci si sintonizza sulla voce di DeLillo e si coglie l’umore delle fitte pagine e si riesce ad assaporare intimamente la sua profonda visione, che scarnifica la società americana.

Il tipo di narrazione in effetti è totale, come quello di un’opera mondo – per riprendere la felice definizione dei capolavori di ampio respiro che ha coniato il critico Franco Moretti nel suo celebre saggio omonimo – proprio perché, come accennavo prima, il ragazzino di colore Cotton Martin che riesce a entrare di soppiatto all’interno dello stadio Polo Grounds per gustarsi l’epico scontro tra i New York Giants e i Brooklin Dodgers, rappresenta giusto il simbolo di speranza, l’innesco di una aspettativa, una carica emozionale che apre a una grande rassegna di Storia, storie e temi e aspetti di grande profondità, come la società, l’arte, il capitalismo, il consumismo, l’ecologia, e il destino collettivo e personale, con una prosa sempre ricca, piena di dettagli che attraverso la superficie e l’aspetto delle cose e degli eventi ci fa cogliere, oltre il senso comune, sia l’umanità sia le forze oscure, sia i drammi che il lirismo, che in fondo avvolge tutto, trattandosi di Letteratura.

“Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell’invisibile nonsocché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita”.

È evidente che il romanzo ha una sua mole piuttosto eccezionale, e che possa essere difficile da seguire, lungo, con un numero elevato di personaggi, ma quando l’autore dà corpo a uno di loro, questo diventa una guida nel racconto; la voglia del ragazzino di essere nel pieno dell’evento e di lottare per il suo obiettivo, la palla, e conservarla, è degna di un bildungsroman (romanzo di formazione) contemporaneo, e poi ci sarà uno spazio ricorrente dedicato al padre di Cotton, ma il vero protagonista, nel caleidoscopio narrativo, è Nick Shay, anche se appunto non ci si può aspettare che sia sempre presente, ma è decisamente interessante e scolpito a tutto tondo, mentre la palla da baseball in molte fasi si perde di vista, perché fa parte della mitologia ma strutturalmente è un pretesto narrativo, seppur importantissima come elemento connettivo e di riconoscimento collettivo, perché inseguito da molti.

Un altro personaggio-chiave è femminile, ed è Klara Sax, di cui scopriamo la storia e l’umanità andando a ritroso, come il libro intero richiede; la incontra Nick negli anni ’90 quando è matura e al top della fama come artista, dirigendo una comunità che si occupa, tra recycle-art, pittura e installazione, di dare una nuova vita ad aerei militari dismessi, in un luogo nel deserto. Ma è straordinario in un modo diverso quando, a centinaia di pagine di distanza scopriamo il suo carattere e il suo stile nelle relazioni quando era più giovane, non affermata, e viveva a New York. La sua rivalità con una lanciatissima collega è raccontata con sapienza, garbo e sottigliezza, da DeLillo, e parlando di arte contemporanea ci scappa anche un confronto tra le due icone Marilyn Monroe e Jane Mansfield, così simili, così diverse. Nelle pagine 513-4-5 viene narrato anche l’episodio che vide la nascita del cognome Sax, che sostituiva la grafìa corretta Sachs, a sua volta la contrazione di Soloveichik; la versione contratta, col ch, era breve e non difficile da pronunciare, perciò la madre di lei chiede ragione al marito della mutazione, e lui dice che tra affaristi si ricordano i nomi d’impatto come Sax, ma soprattutto esaspera il suono gutturale del ch, dimostrando con ciò che non voleva che la gente sapesse che era ebreo, più che tedesco. “E il cambiamento suscitò la solidarietà di Klara proprio perché non aveva senso alcuno, perché metteva a nudo le spirali mentali di un certo tipo di tormento”. Ma questo è solo uno spunto, perché le parti con la giovane Klara Sax sono di una delizia mondana mirabile, con tanti omaggi a luoghi caratteristici della Grande Mela, e con momenti maliziosi e stuzzicanti, come quando lei e un’amica ricordano una avventura giovanile in macchina, con due ragazzi frequentati insieme, e da più matura il sesso distaccato con Miles, ma anche le serate a base di videoarte… “Klara e Miles rimasero in piedi in un angolo. Lei aveva cominciato a prendere le distanze dall’evento molto prima di arrivare lì, perché a un certo punto le era stato detto di cosa si trattava, ma doveva vederlo comunque, al di là dei cattivi presentimenti. (…) Il filmato era noto come il film di Zapruder e praticamente nessuno che non facesse parte del governo l’aveva visto”. E nella stessa pagina 520 si descrive l’irreale reazione collettiva, in quello studio privato, all’”impatto” fatale e orrendo testa-proiettile, colto dall’obiettivo nel tristemente celebre filmato amatoriale, nell’ambito della tragedia nazionale di JFK.

Questo episodio è il corrispettivo, nel suo riferimento drammatico alla realtà storica, di un altro, presente nelle prime parti del libro, relativo a un altro filmato e a un altro omicidio, ma di fantasia, creato dall’autore con efficacia e ben sviluppato fino a sfumarlo. Ma secondo alcuni certe sezioni del romanzo sono più pienamente convincenti di altre, e allora va riconosciuto che quella che mostra in frammenti gli anni ’50 e ’60 ci guida nel mondo della pubblicità nella sua esplosione, con segretarie e licenziamenti, poi ci mostra un ritratto della famiglia Deming, prototipo quantomai senz’anima degli anni ’50 più conformisti e asettici nella loro moderna maniacalità consumista: un’estensione della parte in cui Matt, fratello di Nick, divenuto agente governativo impegnato in programmi top secret, conosce, minato dalla inevitabile paranoia, dei colleghi ancora più integrati di lui in quella cinica mentalità: “E Matt ricordò qualcosa che gli aveva raccontato una volta Eric Deming su questa parte dell’Arizona, una diceria, una specie di storia della serie ai confini della realtà a proposito dei cosiddetti sensitivi, uomini e donne psichicamente dotati, telepatici, chiaroveggenti, gente che piegava il metallo. C’era un laboratorio segreto vicino al confine messicano dove si analizzavano e si facevano esperimenti con i sensitivi. L’idea era di usare dei commandos di sensitivi per far saltare la rete informatica e gli armamenti del nemico (…)”

Quando, dopo un salto di parecchie pagine, assistiamo alla quotidianità dei Deming, ne cogliamo l’artificiosità e il disgusto, culminante nel figlio adolescente.

Ma non mancano i momenti di contrapposizione a questo clima: J. Edgar Hoover, il potente capo dell’FBI e persecutore dei “rossi” ma anche affascinante figura in questa epopea di DeLillo già nella parte iniziale, quale spettatore privilegiato della partita di baseball con i suoi amici, qui incontra sia un momento di celebrazione mondana molto raffinata, al celebre hotel Plaza, sia la contestazione da parte di un gruppo che diremmo controculturale forse anche un po’ situazionista, e sono scene memorabili in cui anche il grande capo è trattato narrativamente con umanità, mostrandone lo spessore umano.

Se ne mostrano però anche i raggelanti lampi di crudeltà assoluta quando parla al suo braccio destro, Clyde detto Junior, a proposito dei sediziosi, e anche i momenti in cui con disumana freddezza si sente consapevole della sua abissale distanza dai “giovani che correvano nelle strade, o vivevano in sei in una stanza, o in tre in un letto, e a molta altra gente, quanto a questo”.

Quindi resta un uomo sinistro e terribilmente inquieto, come nel Prologo, dedicato alla epica partita di baseball e intitolato non Il trionfo della vita, come ci si poteva attendere, ma “Il trionfo della morte”, quando la sua attenzione viene magnetizzata dall’immagine stampata su un paio di pagine di rivista lanciate giù dagli spalti come centinaia di altre, più o meno accartocciate, e che consiste in una riproduzione di un cupo dipinto di Brueghel che ha appunto quel titolo. Mentre il pubblico festeggia in visibilio, Hoover è il vessillo nero, in disparte, delle forze oscure che governano il mondo nell’underworld, sotto la superficie. 

Sergei Ejzenstejn

Ma c’è tensione anche all’estremità opposta, in un contesto cinematografico in cui il celebre regista russo degli anni ’20 e ’30 Ejzenstejn riemerge, per così dire, al Radio City Music Hall con un suo inedito intitolato “Unterweldt”, “Klara pensò che il film poteva essere una protesta contro il realismo socialista, contro le direttive del partito di produrre arte utile al progresso della causa sovietica. Era una ribellione segreta, la sua? Era stato condannato per il suo lavoro precedente, secondo Miles, e apparentemente si era arreso, ma cos’era questo film cupo, questo strano, oscuro e pesante insieme di immagini, se non una dichiarazione di rabbia ed indipendenza? O qualcosa di più”. E di seguito c’è una parte dedicata alla metropolitana, le cui vibrazioni si avvertono da sotto anche al Music Hall, e che ospita le passioni sfuggenti dei graffitisti: il più tipico underground sotto all’”Unterweldt” dell’avanguardia sovietica proiettato lì dove Klara può guardarlo – ma lei, accompagnata da una amica gallerista esplora anche il sottomondo dei writers, alla caccia di un ragazzo di loro, giovanissimo, davvero talentuoso e un po’ sfuggente, com’è tipico di questo genere di artisti .

Un altro antagonista è il rinomato comico e stand up comoedian Lenny Bruce, il cui vero nome era Leonard Alfred Schneider (Mineola, 1925 – Los Angeles, 1966), è stato un comico, cabarettista e autore teatrale, che ottiene un certo spazio qui nelle parti sugli anni ’50 e ’60, in cui tratta con ironia argomenti contemporanei, da Kennedy alla bomba.

Lenny Bruce – 1964. Mandatory Credit: Photo by George Konig /Rex/Shutterstock.

Ma la vicenda personale più importante resta quella di Nick e della sua famiglia, ovvero di Matt, suo fratello minore, di come crescono insieme, con lui che è più magnetico e dal fondo selvaggio, ma che però avrà i suoi guai con Marian, sua moglie, in una storia che lo trascinerà, con l’amarezza risultante, fino oltre cortina, sì, proprio nella Russia post-sovietica, dove, in scenari pesanti e grotteschi da termine della Storia, realizzerà che in fondo ogni donna resta libera, come del resto chiunque, pur nel rispetto dei legami più stabili, idealmente, mentre il biasimo potrebbe abbattersi sul rivale, anche se poi in assoluto dipende.

Prevale l’atmosfera, in un tratto finale del grande romanzo in cui, sorprendentemente ma non troppo, DeLillo finisce con l’imitare od omaggiare o confrontarsi con un altro grande, o forse due, della narrativa postmodernista, ovvero William Gibson, e il suo sodale nella creazione del cyberpunk Bruce Sterling. In effetti i due autori della fantascienza più tecnologicamente avanzata e sociologicamente e geopoliticamente più contemporanea bene si rapportano a un colosso come DeLillo, che pur navigando nel mainstream si pone come l’esegeta accurato delle inquietudini da “Rumore bianco” (si legga qui la recensione), capace di ascoltare anche “Il silenzio” della nostra epoca in caso di black out epocali (qui la recensione). È un cortocircuito particolarmente vitale e fertile, e la connessione si fa ancora più logica nella sua audacia se si tiene conto del capitolo di “Underworld” in cui viene calata sul lettore l’aura sovrannaturale della bomba, in una zona esposta agli esperimenti atomici.

Inquadriamo contestualmente l’episodio: la famiglia che finisce col polarizzarsi sui due fratelli Nick e Matt, entrambi quindi Shay di cognome, porta con sé lo strascico di una doppia interpretazione sulle sorti del padre dei due, Jimmy: ucciso di notte e fatto sparire da qualche frangia della malavita con cui aveva avuto a che fare, come sosteneva Nick, il fratello maggiore, o fuggito per disfarsi delle responsabilità familiari, come pensava Matt, il minore, più riflessivo, precoce campioncino negli scacchi, ed elemento sensibile? Almeno Nick, crescendo, aveva creduto che l’unica vertigine, l’unica cospirazione fosse questa, e grazie a questa manovra di circoscrizione dell’enigma era riuscito ad affermarsi in un settore come quello dello smaltimento dei rifiuti, che è un altro tema ricorrente e simbolico del romanzo perché indica un underworld specifico, quello del sotterramento di scorie, una necessità materiale che rimanda allo spazzare la polvere mandandola sotto al tappeto, ma Matt invece si ritrova, in quello straordinario capitolo (o più d’uno) cui facevamo riferimento, a confrontarsi in modo immersivo con la sistematica e tossica atmosfera di segretezza nel settore degli esperimenti nucleari governativi, e si perde in una delle zone desertiche deputate a quel tipo di esercitazioni durante il tempo da passare con la sua donna, che io sconsolatamente come lettore seguivo nelle pagine cercare saggiamente di costruire un futuro, col suo stile, mentre Matthew era subliminalmente perso in quelle astrazioni che facevano parte di un’altra realtà, che pure esiste perché era il suo ambito operativo, e quando lei gli dà ragione sulla sua versione riguardo alla fine del padre, lui per un vincolo familiare sostiene invece che anche la tesi del fratello fosse plausibile, e cioè che il padre non fosse stato uno sbandato capace solo di tagliare la corda, bensì uno che era stato impedito a procedere lungo il suo binario da forze opache. “Anche se all’epoca lui era solo un bambino. Anche se aveva fatto quella cosa balorda, buffa e triste di andare al Loew’s Paradise a vedere l’anima del padre fedele e defunto aleggiare sul soffitto stellato. Anche se era incapace di formulare un giudizio articolato, le disse, bastava considerare quell’episodio, il lungo viaggio fino a un cinema attraverso quartieri sconosciuti, tutto solo, all’età di sei anni. Il potere di un singolo evento può traboccare dal profondo del proprio nocciolo insolubile, con tutti gli elementi crudeli e sfuggenti che non quadrano, il che ti induce a fare cose strane, a raccontare storie a te stesso, a costruire mondi credibili”. Mondi credibili. E lei, guidando accanto a lui in modo aggressivo dirà anche che “La coscienza funziona a doppio senso”. Dopo la formidabile scena della ovattata esplosione, il boato che “scese su di loro così vicino che gli raggelò il sangue”, in un’atmosfera da “The day after” limitata a una coppia dagli equilibri intensi ma rarefatti, questa sezione angosciosa del romanzo, ma terribilmente affascinante, sfuma. “Ma era una scarica d’adrenalina quella che stava sperimentando adesso, la pelle d’oca, il formicolio d’eccitazione che lo percorreva mentre sedevano entrambi nella piccola jeep”. Entrambi sopravvissuti, e uniti in quel mood.

D’altronde, le venature del sottomondo vengono a volte indicate da tanti che ne riescono ad avere una acuta ancorchè vaga percezione e restano inascoltati, come l’”agitatore” delle pag. 375-6, che induce tutti a guardarne i riflessi sulla banconota americana da un dollaro. 

DeLillo si sente dunque di affermare che tutto è collegato, che i nessi esistono, e che invisibili fili rossi o frequenze uniscono i destini e che, nell’intravederli si entra in una tessitura di grandezze vecchie e nuove. La storia passa da un personaggio all’altro come diversi fulcri, e la voce narrante può essere dell’autore o di uno dei protagonisti, ma chi si sobbarca l’impresa di seguire la fitta rifrangenza di sociale, politico e personale, di simbologie e storie nella storia e nella Storia, viene ricompensato dalla qualità dell’esperienza, fino a cogliere l’umore della profonda visioneche impasta personale e universale, o meglio americano. 

Come la Letteratura di eccelso livello, “La palla non portava né fortuna né sfortuna. Era un oggetto che passava di mano. Ma spingeva la gente a raccontargli cose, a confidargli segreti di famiglia e storie personali inconfessabili, a singhiozzare di cuore sulla sua spalla. Perché sapevano che lui era il loro, come dire, il loro strumento di sfogo. Le loro storie avrebbero avuto un rilievo diverso, sarebbero stati assorbite da qualcosa di più vasto, il lungo viaggio della palla stessa e l’assurda marcia di Marvin nel corso dei decenni”.

Il tipo di narrazione in effetti è totale, come quello di un’opera mondo – per riprendere la felice definizione dei capolavori di ampio respiro che ha coniato il critico Franco Moretti nel suo celebre saggio omonimo, ma ribadisco che la ricchezza, a tratti cinematografica, altre volte cesellata, della prosa di questo testo converge poi nella carne viva della vita incastonata nell’inafferrabile viluppo di dimensioni quando ci mostra, con la forza di una sorta di zoom argomentato, una realtà specifica e toccante come quella di Ismael Munoz, giovane ragazzo del Bronx e autore in ascesa di murales che con le sue creazioni, e sempre sfuggendo all’identificazione, se non col suo tag, lascia costantemente intensi e poetici segnali di ribellione al degrado e alla violenza del suo quartiere, o dando forma all’insensato dolore del mondo, disegnando un angelo su un muro ogni volta che nel suo quartiere muore un bambino: “Angeli rosa o azzurri coprivano quasi la metà dell’alto muro. Sotto ogni angelo c’erano il nome e l’età del bambino, talvolta la causa della morte, o i commenti personali della famiglia, e man mano che il furgone avanzava Edgar poteva leggere, Tbc, Aids, percosse, sparatoria da una macchina in corsa, morbillo, asma, abbandono alla nascita, gettato in una discarica, dimenticato in macchina, in un sacco dell’immondizia in una notte di tempesta”.

È quindi con l’estetica unita al calore umano che si cerca di far fronte agli abissi o a più comuni contrarietà: sono forme di reazione nobili, che costruiscono lì dove qualcosa crolla. Un senso simile ha la ricerca e il possesso della fantomatica e mitica pallina da baseball che è il fil rouge del colossale romanzo: quando uno dei personaggi riesce a incontrare un anziano collezionista che dedica la vita al culto di certi cimeli, nel suo seminterrato, osserva che, quando altri vanno in giro mentre qualcuno, parafrasando il testo, sta seduto lì con le sue carte che vanno in briciole, “C’è una vendetta poetica in tutto questo. (…) La vendetta della cultura popolare su quelli che la prendono troppo sul serio”. Ma il vecchio, colpito dall’osservazione, ci riflette sopra e poi considera, tra sé e sé: “Del resto, pensò, come faccio a non essere serio? In cosa consisterebbe non essere seri? Cosa potrei prendere più sul serio di questo? E che senso ha svegliarsi il mattino, se non si tenta di far fronte all’enormità delle forze del mondo con qualcosa di potente nella propria vita?”

Don DeLillo

Può essere in parte cultura pop ma soprattutto cultura alta, può essere una costruzione mentale attiva nel sottosuolo, o riflettere una grande passione che fa divampare e piangere i cuori, o anche rimandare a qualcosa di insidioso che può logorare se non si è avvertiti dei pericoli, ma di certo questo grande volume di Don DeLillo è stato per me una lettura appagante e intensa e forse il preludio a suggestioni ulteriori, sempre sotterranee, vagheggiate e, sì, potentissime. A volte tutto ciò può essere troppo, e per il lettore la combinazione di inputs letterari e nodi irrisolti esistenziali può essere davvero vorticosa, determinando una “vendetta poetica”, ma finchè si legge e non ci si fa dominare da certe “forze” inquietanti a livello personale o collettivo la Letteratura e i suoi capolavori ci arricchiscono così tanto da essere sicuramente prese “sul serio”, con la loro “potenza” comunicativa.

il7 – Marco Settembre