Laboratorio Dick – È sempre la penultima verità?

Se è vero che Philip K. Dick, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 in particolare, quando ha fatto anche uso di droghe oltre che di anfetamine, si era venuto a ritagliare nel campo della Fantascienza a stelle e strisce uno spazio sempre più rilevante per la sua figura, che si costituiva come quella di un bizzarro guru di area psichedelica, allora non è inopportuno fare riferimento all’opera dei Pink Floyd, anche se posteriore, del 1973, che si intitola “The dark side of the Moon” per dire che tutta la grande mole letteraria di Dick, nella sua statura da genio del Novecento, risulta essere un po’ come un prisma, tipo quello sulla copertina del disco citato (non a caso, perché tematizza gli elementi che possono portare l’Uomo alla follia), perché può essere attraversata dal nostro sguardo, sulla carta dei suoi romanzi o dei saggi a lui dedicati, e questo nostro sguardo, e il pensiero che possiamo costruire su di lui, la sua vita e le sue opere, può uscirne in maniera diversa e con diverse coloriture e con diversi tagli di luce, di modo che c’è chi può magari privilegiare il suo lato umanista votato all’empatia (o alla carità, come poi lui stesso ha ridefinito il concetto in chiave cattolica riferendosi a San Paolo), mentre altri possono addentrarsi con gusto nel suo lato visionario anche un po’ oscuro, o meglio si possono seguire le sue connessioni tematiche venate da sensazioni del tutto peculiari, sofferte ma decisamente feconde sulla natura della realtà e degli esseri umani, che nascondono entrambe insidie; oppure ancora le rifrazioni possono tentare di illuminare tutto quella dimensione metafisica che lui esplorò sentendone vivida la presenza sulla sua carne nell’ultima parte della sua carriera quando giunse al culmine di queste riflessioni con la famosa trilogia di “Valis”; infine, chiaramente, c’è anche qualcuno che attraversando il prisma può arrivare a delle conclusioni più o meno legittime ed empatiche, appunto, sul segno algebrico da assegnare al suo rapporto con le donne: qualcuno potrebbe farsene un’idea positiva tenendo conto dell’intensità del suo affetto oltre che del desiderio, nonché del suo trauma infantile (la perdita prematura della sorellina gemella dovuta a un’incuria involontaria della madre quando vivevano ancora tutti nella natia Chicago), mentre altri potrebbero concludere che era un misogino e che la sua vita, come quella di altri comuni mortali, è stata anche in qualche misura macchiata da errori (quindi non sarà stato un santo ma fondamentalmente un’ottima persona) da cui però si è decisamente redento attraverso le difficoltà e l’inesausta ricerca.

Be’, mi scuserete per il macchinoso preambolo, ma la sua vita è un tale calderone di elementi da sembrare un colossale esperimento psicosociale sulle ipotetiche “aliene” sponde su cui può arrivare l’umano, tra le potenzialità cerebrali e le virtù immaginative, entrambe sottoposte alle pressioni conformiste della maggioranza, all’oppressione degli scenari politici, nella ricerca della sopravvivenza e di una almeno relativa felicità tra relazioni amicali, professionali, e vari amori, col corredo delle sue più o meno contraddittorie reazioni soggettive, compresi tentativi semiseri di contromanipolazione. Cioè ci si può formare un’idea di quanto l’umano può riuscire ad andare oltre i suoi simili senza diventare androide e di quanto, se magari si inizia a sentire troppo freak, tale consapevolezza possa renderlo invece ancora più umano fino ad assumere un contorno quasi di tipo cristologico (io ne so qualcosa perché poi anche il mio destino personale è piuttosto peculiare e porterebbe in altra sede a riflessioni in parte simili, salvo per il fatto che io sono ancora vivo e vegeto e quindi spero di poter conoscere giorni migliori). Questo enorme autore, considerabile come un Doestojevskji del secolo scorso, rappresenta dunque un universo, complesso da abbracciare con un unico sguardo, e in questo caso volevo tentare di riflettere su una questione squisitamente letteraria a partire da un suo romanzo non tra i più celebrati ma ingiustamente sottovalutato, mostrando come Philip K. Dick fosse sempre in lotta, sia nelle pagine sia nel mondo esterno, cercando di gestire le compenetrazioni degli uni e degli altri aspetti partorendo infine un output che nella sua narrativa fosse sempre all’altezza di sé stesso e della sua ambiziosa ricerca. Si tenga sempre conto di come un individuo superintelligente che deve badare a controllare le sue particolarissime zavorre esistenziali tenendosi su grazie al proprio incommensurabile talento, e che sappia o si senta dire di essere paranoico (aggiungendovi lui stesso sfumature più o meno fantasiose e leggendarie, come l’essere magari anche precog(nitivo)) possa poi trovare inquietanti e dolorose conferme delle proprie (pericolose?) capacità nel momento in cui la sua casa viene svaligiata e il suo grande e prezioso archivio blindato viene fatto saltare con un esplosivo per specialisti per permettere ai loschi responsabili di portarne via tutto il contenuto. La domanda che scatterebbe in qualunque soggetto, anche il più lucido, sarebbe: questo disastro va imputato a volgari ladri dal cervello “bruciato”, oppure io in effetti, con la mia originale attività, in parte politicamente antagonista, posso aver spinto qualche frangia dei servizi segreti a verificare in che modo io nelle mie opere arrivi a prefigurare qualche “penultima verità” paragovernativa? Se a qualcuno ancora più lucido questa domanda può sembrar frutto di una sopravvalutazione dello scrittore, va tenuto conto che, da parte loro, gli organismi federali in mano all’amministrazione Nixon non è che agissero secondo una logica ferrea, ma bensì in base a un principio ideologico persecutorio nei confronti di chiunque avesse un’aura da “rosso”, per quanto vaga. E infatti Dick ricevette visite da parte di agenti già ai tempi in cui viveva con la sua prima moglie e in cui non faceva ancora uso di sostanze psicotrope con compagnie un po’ balorde ed equivoche, benchè spesso simpatiche, e quindi avrebbe dovuto essere assai meno “sospetto”. Parallelamente, anzi soprattutto, vorrei anche provare a stabilire quanto sia o no (s)corretto da parte di alcuni giudicare la sua prosa come qualcosa di raffazzonato, sciatto o anche inconcludente; non è ben chiaro quanto tale critica, davvero ingenerosa, riguardi lo stile o si riferisca più alla struttura dei suoi romanzi.

Mi è capitato di cogliere una volta un giudizio sommario proprio di questo tipo, e in forma sintetica, non motivato, mentre io, d’accordo con  Gallo e Caronia, autori dell’“Enciclopedia dickiana”, ritengo che laddove i critici malevoli rimproverano a Dick che le sue creazioni non siano state sempre di elevata qualità letteraria e che le trame risultino non convincenti, fragili e con buchi o incongruenze, costoro rivelerebbero proprio in questa duplicità dei loro attacchi un certo pregiudizio, derivante sicuramente in buona parte dall’adozione di modelli letterari più canonici (e datati): in realtà, anche a non voler considerare come giustificazione la necessità di Dick di scrivere velocemente per rispettare i tempi di consegna e mantenersi economicamente solo grazie alla sua scrittura in quanto professionista, il sostenere che le sue costruzioni narrative in pratica non stanno in piedi fino in fondo a causa dello stile è una critica pretestuosa, perché in realtà lo stile di Dick in molti casi è di ottimo livello (si pensi ad esempio a “L’uomo nell’alto castello”) e peraltro in diversi casi è apprezzabilissimo proprio in quanto è coniugato a trame non convenzionali in cui la materia trattata è molto visionaria e lo sviluppo del plot è sorprendente e volutamente “contorto”. In tutti questi casi, la forza delle idee innovative esalta Dick al punto di farlo scrivere con una maggiore intensità e densità letteraria.

Stabilita così la mia posizione a riguardo, posso ora spingermi ad esaminare questo suo romanzo del 1964 senza timore di essere scambiato per uno dei suoi detrattori; di fatto è invece il mio autore preferito tra tanti, e quello che io pongo un gradino più in alto di vari altri mostri sacri che apprezzo profondamente, quali Ballard, Gibson, Burroughs.
Dunque: “La penultima verità” è un testo appunto secondario nella sua produzione, e che però era ben considerato da Dick stesso, che credeva potesse esserne tratto perfino un film; ci rivela quindi qualcosa di lui, e cioè, ancora e sempre, la sua volontà di arrivare a confermarsi e diciamo a migliorarsi di libro in libro anche correggendo il tiro, per così dire, quando il romanzo precedente non aveva ottenuto il successo sperato o quando, in fasi avanzate della sua vita, nutriva, tra le altre, l’angoscia di essere a rischio di ripetersi e dare vita a una narrativa involuta. Ecco che lo ritroviamo quindi a cercare di nuovo di essere mordace magari per quanto riguarda gli aspetti satirici ed essere ancora sorprendente sotto il profilo narrativo.

La biografia di P. K. Dick
scritta da Carrère nel 1993

Insomma, autocriticamente, si era reso conto lui stesso che i suoi romanzi non erano tutti allo stesso livello. Direi che è utile ricordare quello che uno dei suoi due migliori biografi, il francese Emmanuel Carrère, forse il migliore per quanto riguarda appunto la qualità letteraria, non disgiunta da una ottima leggibilità, ha scritto – riferendosi proprio a questo romanzo, in cui una parte consistente degli umani viene costretta a vivere e sgobbare sottoterra in industrie votate alla produzione di automi per uso bellico mentre in superficie pare si combatta quindi una strenua guerra che rende i territori inabitabili a causa di radiazioni e residui chimici vari: “(…) mentre in realtà si tratta di una semplice messa in scena tenuta in piedi grazie al controllo del mezzo televisivo da una classe dirigente senza scrupoli che vuole godere in pace dello spazio vitale disponibile”, e poi prosegue: “e in effetti chi poteva garantire che le immagini del Vietnam mostrate in televisione non fossero state girate in studio con cartucce a salve, modellini e ketchup?” Ebbene, questo riferimento al Vietnam non pertiene esattamente al contesto del romanzo, perchè esce direttamente dalla penna di Carrère per fondere l’accenno a “La penultima verità” con il resto della sua ricostruzione sulla vita travagliata e sorprendente del genio americano in un’era carica di grandi avvenimenti, però questo rimando ha un senso non solo rispetto al Vietnam e alle notizie che arrivavano dal fronte e che le autorità militari e istituzionali USA cercavano di filtrare, ma in generale alle menzogne o alle fake news (come si dice ormai da diversi anni) che possono oggi circolare in modo più pervasivo nella popolazione grazie ai new media e poi al social media marketing, e che possono essere elaborate con un potenziale maggiore magari grazie all’Intelligenza Artificiale, che può modificare e magari alterare certe immagini, testi e video relativi a certi fatti oppure magari costruirne di nuovi e sempre artificiali ma con un’ambiguità difficile da sciogliere, sulla base di idee propagandistiche di qualcuno – enti o privati – che vogliano seminare menzogne o alimentare perniciosi dubbi. Il tema del condizionamento delle masse era stato approfondito ai tempi di Dick nell’alveo degli studi sulla pubblicità (il noto saggio “I persuasori occulti”, di Vance Packard, è del 1957) ma anche tra le analisi storiografiche sui totalitarismi protagonisti della Seconda Guerra Mondiale; e questa possibilità di manipolare i fatti trova un riflesso narrativo nel romanzo “La penultima verità”, dove peró emerge in modo netto ma anche (volutamente?) ridondante e confuso il concetto della falsificazione di prove storiche. Ci tornerò sopra nel dettaglio.

Ma mi preme intanto affermare che in quest’opera, forse più che in altre, ci sono aspetti che ci lasciano l’impressione di come la testa di Phil Dick, e magari il suo setting, quindi la macchina da scrivere, la musica classica o lirica tedesca, o il rock psichedelico californiano di gruppi come i Grateful Dead, in sottofondo, e il “fuori campo” dell’ambiente a lui prossimo ma oltre la porta della stanza – la sua donna del momento, le insoddisfazioni, le patologie latenti, le pressioni vere o presunte – fossero tutti appunto strumenti e materiali in un laboratorio che in definitiva era lui stesso.
Un laboratorio dal quale è uscito in questo caso questo romanzo che è a sua volta un mini-laboratorio da cui noi possiamo desumere quanto lui si lanciasse dietro le sue visioni inseguendole e consacrandocisi senza essere magari sempre perfettamente consapevole di dove aveva intenzione di arrivare; oggi si sarebbe detto – un tizio di mentalità commerciale una volta rivolse a me questa osservazione, anche se probabilmente non aveva intenzioni denigratorie – che non sapeva forse lui stesso, non sempre almeno, dove sarebbe andato a parare e quindi era la sua esperienza e la sua grande fantasia a portarlo a inventare situazioni narrative di cui poi di volta in volta doveva trovare la soluzione magari aggiungendo dettagli oppure al contrario togliendo elementi o effettuando brusche virate rispetto alle aspettative suscitate nel lettore, ma il più delle volte cercando di trovare puntelli narrativi in un personaggio o in un episodio che potessero essere di giustificazione di un altro. Un tema ad esempio poteva sorreggere uno spunto che di per sé poteva essere troppo esile. Secondo me quindi questo romanzo dimostra come in pratica Dick procedesse ad intuito, un po’ a braccio, oppure, come nel periodo in cui era legato alla seconda moglie Ann, affidandosi in parte alle indicazioni derivate dall’uso deli I-Ching (anche in questo caso l’esempio de “L’uomo nell’alto castello” è paradigmatico) e che fosse quindi per questo motivo che i suoi romanzi a volte sembrano non reggere ad un esame troppo rigido, troppo permeato di norme di narratologia.

Ma iniziamo a entrare nel tessuto dell’opera: è ben noto che Dick creasse trame multistratificate e con ribaltamenti dei punti di vista e colpi di scena; io aggiungerei che può dar l’impressione che lavorasse per accumulo, certo poi di riuscire a tenere tutti i fili narrativi. Naturalmente il valore letterario era basato anche sulla sua capacità di reinterpretare alcuni dei classici topoi (dal greco: luoghi comuni, elementi tipici) della Fantascienza facendone un uso innovativo, il che voleva anche dire funzionale alle sue tematiche ricorrenti. In questo caso Phil attinge anche a sue precedenti prove nella narrativa breve, ma soprattutto unisce uno spunto di derivazione orwelliana (il dittatore distante e impersonale che comunica alla popolazione attraverso gli schermi) rivisitandolo in una chiave più (apparentemente) positiva, o almeno fittizia: il Presidente-fantoccio Talbot Yancy, accostato impietosamente a Dwight Eisenhower (Presidente affetto da problemi fisici non trascurabili) in fase di ideazione, ma anche citandolo espressamente pur se connesso non in modo diretto a Yancy; e per altro verso sviluppa in modo distopico e postatomico quell’intuizione di Herbert G. Wells in “La macchina del Tempo” consistente nello scenario sociale bipartito tra mondo di sotto – i Morlock, lavoratori dotati di forza bruta – e mondo di sopra – l’elite degli Eloy, molli ed efebici.

La macchina del Tempo –
fotogramma dal film “L’uomo che visse nel futuro”,
tratto dal romanzo di H. G. Wells.

In “La penultima verità” questa bipartizione non è traslata in un futuro davvero lontanissimo, ma nel 2025 – già, proprio in quest’anno, e nel corso di quest’articolo farò qualche riferimento all’attualità – e meglio contestualizzata: a causa di una nuova terribile guerra nucleare, la maggior parte dell’umanità è stipata in rifugi sotterranei (i cosiddetti “formicai”, come peraltro vengono spesso chiamati nella nostra realtà i palazzoni dell’edilizia popolare) a lavorare indefessamente in condizioni disagevoli e nel più grigio squallore (le persone devono dividere l’uso dei bagni, che sono pochi, ad esempio), nella produzione di robots da combattimento (i “plumbei”), che sono destinati appunto a essere impiegati nella guerra, in superficie. Ma è una guerra che in realtà è già finita da tempo, e la menzogna è perpetuata viceversa dal dittatore dai modi paternalistici e rassicuranti chiamato appunto Talbot Yancy e che però in verità recita discorsi scritti per lui da alcuni dei privilegiati che si stanno spartendo i territori suddividendoli in loro latifondi privati come se fosse uno sterminato parco in gran parte rifiorito fatta eccezione per alcune zone rimaste in stato di rovine radioattive per le conseguenze della guerra (che c’è stata realmente, ma che s’è conclusa). La giustificazione per il colossale inganno sarebbe che se chi vive relegato sottoterra salisse su e constatasse che la guerra è cessata, essa scoppierebbe di nuovo (stavolta per la contrapposizione ricchi-poveri, si presume, e non come conflitto tra Stati). Philip Dick, fedele alla sua strategia testuale della narrativa multifocale (ovvero con vari personaggi che alternano i loro punti di vista facendo intanto procedere il plot nel segno della varietà), inizia il romanzo impostandolo su due diversi protagonisti: uno appartenente al mondo di sopra (Adams) e uno al mondo di sotto (St. James). Non basterebbe certo questo per far rientrare il romanzo, e la narrativa dickiana in generale, nel Postmodernismo, che ha tra le sue caratteristiche quella di essere una forma letteraria decostruita, segnata dalla frammentazione e da un principio di caos che riflette la condizione umana nell’era contemporanea; e infatti il romanzo si arricchisce ben presto di diverse altre figure, tutte piuttosto importanti nella sua economia, e che vorticano quasi alla ricerca pirandelliana non dell’autore (alludo ai “Sei personaggi in cerca d’autore”) ma di una direzione univoca della trama, il che però ritengo sia un bene, perché Dick si ritrova ancora oggi ad essere attuale poiché non ha creato narrazioni di cui il lettore smaliziato colga anzitempo gli sviluppi.

Il tema centrale del libro, cioè la satira politica e la propaganda, è ben inciso già dal titolo stesso, che ci fa intendere chiaramente che il potere trasmette al popolo solo delle indicazioni su come sia e vada mantenuto lo status quo, indicazioni che non sono necessariamente corrispondenti alla verità e anzi al contrario ogni verità viene poi sostituita da quella successiva, il che, in chiave pop-politica nostra, italiota, ci ricorda una dei tratti per i quali era noto il Silvio nazionale, Berlusconi, cioè quella di ritrattare le sue dichiarazioni, di auto-smentirsi con la massima naturalezza.

Analogamente, il Dick che è vivo mentre gli altri sono morti (vedi “Ubik”), e che crea universi sottoposti a formidabili distorsioni ontologiche, scrivendo il libro e cercando ancora una volta di essere all’altezza di se stesso e quindi di far ricredere coloro che pensavano che la sua scrittura fosse sciatta e che la sua vena creativa si stesse esaurendo ha voluto anche lui in modo sottilmente autobiografico far capire che lui stesso aveva il piacere – e portava anche il peso di tale potere – di inventare ogni volta qualcosa per potersi confermare nella sua mitologia autoriale e al contempo mostrarsi ogni volta con un volto diverso.

L’imprevedibilità può trovare stavolta una conferma e una eziologia nell’aspetto autobiografico, che qui riguarda quasi solo la sfera professionale (ne parlerò tra poco) e molto poco quella sentimentale (Pagetti scrive nell’introduzione che le questioni di potere sono ancora, in fondo, per la stragrande maggior parte, di pertinenza brutalmente maschile) e che secondo la mia tesi si riflette appunto in un’incertezza generale, che forse è solo in parte programmatica; ma prima voglio insistere con l’attribuire la dovuta importanza all’intensa – e anch’essa squisitamente postmoderna – rappresentazione della propaganda dei due blocchi. Oltre ai discorsi scritti per Yancy dagli Yence-men, in un intenso capitolo vengono introdotti i documentari “prodotti” nel senso più artificioso possibile da un tale Gottlieb Fischer: questi sono delle ricostruzioni di come davvero si sarebbero svolti i fatti durante la Seconda Guerra Mondiale, e sostengono ovviamente le opposte ideologie di quelli che nel libro sono gli opposti blocchi, Dem-Occ e Un-Pop (Unione Popolare, ovvero URSS e Asia). Francamente, il modo non frammentario ma neanche di certo unitario con cui l’autore ci illustra questi contenuti mi ha dato l’impressione che cercasse di elaborare due modelli di anti-Storia con la fatica dovuta alla necessità di cambiare il corso degli eventi ma lasciandoli riconoscibili e dando un senso a tali rielaborazioni. Il primo documentario riabilita Hitler (sic!) e rivela che Roosevelt sarebbe stato in realtà una sorta di spia che, seguendo le direttive del Partito sovietico, indirizzava le scelte strategiche degli USA in un certo modo. Il secondo documentario invece sarebbe mirato a mostrare come gli alleati ritardarono lo sbarco in Normandia per permettere alla Germania di impiegare il grosso delle truppe sul fronte orientale contro i sovietici.

“1984”, di Orwell, nell’edizione Mondadori

Come detto, questa tematica è stata trattata nel 1948 da Orwell nel suo “1984”, dove lo stesso protagonista, che ha ispirato anche il suo omologo in “Brazil” di Terry Gilliam, è un grigio funzionario chiamato quotidianamente, nel suo grigio ufficio, accanto ad altri come lui, a contraffare le notizie secondo i diktat del regime. È possibile che Philip Dick risulti macchinoso nell’inventio di queste falsificazioni della Storia, di questi spunti ucronici, semplicemente perché volesse, secondo le più elementari norme narratologiche, evitare il famigerato “spiegone”, eppure ne ho ricavato l’impressione che trovasse qualche difficoltà nel modificare il tracciato storico in un modo che facesse da una parte sensazione e dall’altra avesse margini di plausibilità in un contesto di contrapposizione ideologica. Dick torna su queste creazioni a più riprese, rifinendo le idee come se via via pensasse che queste trovate avrebbero preso la loro forma più convincente, come doveva essere anche per le esigenze di questa specifica trama: intere masse avrebbero dovuto credere a queste “prove”. Vale la pena di citare il dettaglio della micro-telecamera che, secondo chi ha confezionato il video, sarebbe stata nascosta in un bottone del cappotto di Roosevelt durante l’incontro al vertice di Yalta, consentendo poi in seguito di unire quelle specifiche riprese ad altre, nel documentario.

La conferenza di Yalta. Da sinistra: Churchill, Roosevelt, Stalin

A parte il simulacro di Presidente, Talbot Yancy, il vero detentore del potere e figura ingombrante e inquietante è il successore di Fischer, un tale Stanton Brose, Ministro dell’Interno o capo della polizia, che di biologicamente originale conserva solo il cervello (ma non riesce a udire: ha bisogno di leggere il labiale dei suoi interlocutori) mentre per il resto è un grossolano ed elefantiaco agglomerato di organi artificiali (può ricordare il conte Harkonnen del “Dune” di Lynch), e peraltro detiene il monopolio, per così dire, di questa particolare merce, tanto da causare indirettamente la morte di altri che avrebbero bisogno di un trapianto e non possono farlo proprio per colpa sua. 

Comunque, tra i due co-protagonisti di cui accennavo, il numero uno, quello del mondo di superficie, Adams, apre il romanzo in un’atmosfera che, malgrado la collocazione sia la costa occidentale degli USA, appare tetra, potremmo dire neogotica, con la finestra del suo studio che s’affaccia su un panorama costiero reso invisibile da una pesante nebbia. Il dettaglio tornerà con la sua rilevanza psicologica anche in seguito, in un dialogo o due. La scena è magistrale perché tipica nell’applicazione di un altro procedimento tipicamente dickiano, nonché postmoderno anch’esso, in generale: la tendenza all’autobiografismo più o meno mascherato. Compresi i riferimenti alle donne della sua vita.
Questo “La penultima verità” prende il via dunque da questa scena suggestiva in cui proprio uno scrittore del futuro (per la precisione, un redattore di discorsi ufficiali, quindi uno spin doctor) di neme Adams si trova a evitare il panorama spettrale a cui si può avere accesso tramite la finestra, e piuttosto a stare chino a scrivere, intento, esattamente come Dick, all’elaborazione di un testo; e, come nella vita vera, interviene, a questo punto la relazione col foeminino, cioè compare la moglie di questo scrittore e ha con lui uno scambio entrando anche nel merito di ciò che lui sta scrivendo e delle sue preoccupazioni. Lui si sta ponendo delle domande proprio sullo stato della sua ispirazione, come Dick stesso, forse, e sulla natura di quello che sta scrivendo e sul tipo di lessico e di sintassi da impiegare, perché in quel mondo del futuro esistono dei supporti alla creazione testuale, che sono in voga (come oggi con l’A.I. di cui secondo me si fa fin troppo uso, almeno nella scrittura), e lui però si rifiuta di farvi ricorso (proprio come me!) perché preferisce essere autonomo. Ma quando poi appunto la moglie interviene, lui ha uno scambio con lei, risulta un po’ scontroso – come presumibilmente era lo stesso Dick quando doveva isolarsi, con la moglie di turno in attesa che lui uscisse dalla sua stanza dopo aver esaurito una sessione di lavoro; ma poi, lanciato uno spunto in apparenza estemporaneo di acrobatica genialità, un contrasto tra tenerezza e cupezza, con un senso di oppressione (che in effetti si rivela significativo simbolicamente, per noi, proseguendo con la lettura), finisce con l’adottare in generale un compromesso.

D’altronde, non vige forse, sempre e comunque, la prescrizione, diffusa nelle scuole di scrittura, in base alla quale ognuno dovrebbe soprattutto inizialmente scrivere di ciò che conosce meglio, per poi magari, quando diventa più maturo, trattare anche altro, produrre altra vita, entrare in altre vite, inventare worldbuildings di sana pianta, ma sempre documentandosi? Certamente sì. L’autofiction, com’è stato chiamato l’autobiografismo ai tempi della consacrazione planetaria di Philip Roth, non ne è che un caso particolare.

C’è anche un altro momento nel romanzo in cui succede qualcosa che ci lascia perplessi e che non trova poi una spiegazione solidissima, ed è esattamente quando l’altro protagonista, St. James, che fa capo all’altra colonna narrativa portante, cioè il responsabile di uno di quei rifugi sotterranei dove la maggior parte della popolazione è rimasta confinata, e che è voluto andare in superficie in missione autorizzata dai suoi, diciamo, disgraziati condomini, per trovare un organo di ricambio, un pancreas, per un suo importante funzionario in pericolo di vita, ma ovviamente anche per verificare cosa succedesse veramente sulla superficie della terra, sfocia finalmente all’aria fuori dal cunicolo verticale. Nel suo caso, Dick applica un po’ le norme narratologiche sul celebre arco di trasformazione del personaggio o almeno del viaggio dell’eroe, in una misura sempre piuttosto singolare. Infatti, quando costui viene fatto inizialmente prigioniero e poi inopinatamente salvato da un’entità misteriosa, secondo me Phil Dick stava improvvisando, volendo solamente salvare il personaggio riservandosi di trovare una soluzione narrativa più avanti. E quando questo personaggio giunge poi in una comune che vive rintanata in uno dei ruderi della distrutta città di Cheyenne, il gruppo viene raggiunto – indovinate un po’! – proprio dal più abile competitor dello spin doctor Adams, ovvero Lantano, perché Dick ha deciso di far intersecare le due linee narrative.

Allo stesso modo, le peregrinazioni mentali di Phil Dick attorno a cos’è la realtà, e i suoi febbrili attacchi al potere con l’arma di una fiction impagabile confluivano in un romanzo come questo, una prova di scrittura a cui lui si aggrappa anche se al contempo essa si configura come appunto il campo di battaglia di diverse forze propulsive e di striscianti inquietudini.

Louis Runcible è invece un altro componente dell’èlite, il quale, pur agendo per il suo interesse in qualità di ricco costruttore edile, svolge al contempo una funzione positiva, perché da lui dipende appunto l’edificazione di enormi strutture abitative destinate a ospitare i lavoratori dell’underground quando verrà deciso che potranno salire in superficie. Mentre Runcible è consapevole della natura positiva della sua mission, qualcuno, che sia noi lettori che Dick, forse, fatichiamo a identificare (ma la domanda da porsi è: quell’impresa… cui prodest?), sospetta che lui voglia rivelare alla popolazione dei rifugi sottoterra che la guerra in realtà è finita (Runcible lo farebbe per motivi umanitari?) e trama per incastrarlo. Prendendo spunto da certe norme realmente vincolanti nell’edilizia, Phil Dick ha immaginato non solo che ogni proprietario che scopra di avere dei reperti archeologici sul proprio suolo debba sospendere ogni costruzione in atto e comunicarlo al Governo, pena il sequestro del fondo, ma che qualcuno, per mettere appunto in difficoltà Runcible, sparga sui suoi terreni non reperti qualsiasi ma dei resti prelevati dal futuro e proiettati fino a quel presente, ovvero 600 anni nel passato. Si tratterebbe di residui di umanoidi che hanno lottato con dei visitatori alieni; e per di più sono resti che vengono anche trattati da parte di componenti di una apposita equipe. Dunque l’incertezza ontologica di cui è permeata questa narrazione e anche certe esistenze personali passa per la manipolazione della Storia a due diversi livelli: i documentari e il trattamento dei reperti, da una parte, ma anche, dall’altra, per ciò che gli anglofoni chiamano il whodunnit, ovvero il classico interrogativo da giallo: chi è stato? (irresistibile la tentazione di citare qui un brano sperimentale dei Genesis del 1981, che porta proprio questo titolo, e in cui un Phil Collins alienante presta la voce a una sorta di computer impazzito, in stile Hal 9000 di “2001 Odissea nello Spazio”, che si ripete ossessivamente questo interrogativo ma alternandolo con la laconica certezza che “tutti lo sanno”), e in questo caso nel testo di Dick ci si chiede, in un viluppo di dietrologie, se davvero sia sempre Stanton Brose la mente che presiede alla catena di omicidi, uno dei quali è commesso materialmente (in un capitolo memorabile) da una macchina trasformista… mandata da chi, se è lo stesso Brose a chiedere di indagare? 

Genesis: il disco “Abacab” del 1981 e la performance di Phil Collins in “Whodunnit?”

Le ansie di Philip K. Dick da scrittore che teme di entrare in crisi un momento all’altro ma che comunque ormai ha una sua notorietà quindi magari può anche avere pensato a qualche autore già storicizzato o aver incontrato qualche collega di persona, a una convention o in qualche altra occasione, che gli sarà sembrato più in gamba di lui o che in qualche modo aveva toccato un suo nervo scoperto facendo venire la luce qualcuna delle sue insicurezze, sono forse alla radice del disagevole mood di Adams nel suo confronto con un altro spin doctor, David Lantano, quando si ritrovano entrambi all’interno dell’agenzia sita in New York e diretta da Brose, in cui i discorsi per Yancy vanno consegnati alle apparecchiature. Lantano gli appare a un livello professionale nettamente superiore.

Ma poi, il luogo del testo che mi ha destato più perplessità circa la cognizione certa di Dick su come dovesse costruire la sua nuova creatura letteraria è quello in cui avvertiamo una grande incertezza sulla natura proprio di questo personaggio, Lantano, che diventa cruciale nella seconda parte. Mentre, come detto, nella prima scena in cui lo incontriamo appare perfettamente inserito come Yance-man nell’apparato propagandistico, risultando il più abile e freddo tra i redattori di discorsi per il Presidente fittizio, quando poi Dick ci torna sopra per dargli spessore e conferirgli una sua problematicità privata (sì, non nel contesto professionale), prima ci informa che egli detiene una dimora ampia come gli altri privilegiati latifondisti ma situata in una zona ancora in buona parte affetta dalle radiazioni, e poi il nostro amato autore, ragionando sul materiale e sviluppandolo per associazioni libere, abbastanza logiche ma sorprendenti, lo fa apparire come un individuo che si comporta sì umanitariamente con i rifugiati che si nascondono tra le rovine post-belliche rimaste sul suo territorio, MA… che è enigmaticamente cangiante nel suo aspetto fisico: da giovane quale c’era stato descritto passa a oscillare di sembianza in sembianza, in momenti diversi, sembrando un uomo di mezz’etá o anche più vecchio, oppure ancora giovane ma malato, e cioè o pallido oppure rosso per le radiazioni. Ma, come dicevo, procedendo per associazioni Dick decide allora di dargli la veste (definitiva o… penultima?) di un capo Cherokee (ossia un nativo americano di quella specifica tribù) estratto non dal futuro, come i reperti di cui abbiamo parlato prima, ma dal passato. Potrebbe perfino essere anche lui un residuo, ma involontario, dello scavo, o delle ricerche, compiute nel passato con il dispositivo per i viaggi nel Tempo che è detenuto da Stanton Brose. Forse lo scandaglio temporale usato per costruire una Storia alterata, tra documentari falsi e abuso di reperti, ha prodotto – in osservanza del classico complesso di Frankenstein – un “mostro” di ambiguità?, che lavora per il sistema ma che porta nella pelle e nelle sue mutevoli sembianze il segno di disastri, e che infine sta tramando con altri per sostituirsi a Yancy e allo stesso Brose come capo supremo? È di origine messicana, altrimenti? E allora perché negli studi dell’agenzia di New York dove si consegnano i discorsi sembrava a noi lettori uno yuppie anni ’80 dalla pelle ben chiara? Cosa fa?, riesce a tornare periodicamente alle sue origini e si rigenera? Questo vorrebbe dire che in parte è piegato e piagato dal Tempo ma che proprio per questo attinge a una sostanza spirituale superiore che gli consente a sua volta di contro-piegare il Tempo alle sue esigenze? Le risposte vanno cercate e magari trovate tra le righe del romanzo, ma di certo Dick ci sbalordisce gettando altra carne (umana) sul fuoco della sua personale narratologia quando rivela che Lantano è anche stato utilizzato in uno dei documentari come controfigura del vero Eisenhower, e che, come se non bastasse, è servito anche come modello plastico per delineare le fattezze facciali del meccanico golem presidenziale Talbot Yancy! E allora ci viene in mente che quando l’abbiamo visto aggirarsi pietoso tra i reduci accampati tra le rovine della distrutta città di Cheyenne senza scacciarli dalla sua proprietà ma anzi rifornendoli, tramite i suoi servitori “plumbei”, di qualche genere di conforto, sembrava un po’ come Winston Churchill nella devastata cittadina di Coventry dopo i criminali bombardamenti nazisti. Si ricordi che anche Orwell aveva reso omaggio al leader inglese delle “darkest hours” quando diede il nome di Winston Smith al protagonista del suo duro e strabiliante “1984”.

All’inizio del capitolo 24 proseguono gli interrogativi scambiati tra i personaggi sull’identità, perfino sulla reale sostanza di questo Presidente fantoccio che si chiama Talbot Yancy; se ne discute nella villa di Lantano, tra appunto yence-men, ma anche in presenza di Saint James, e la prima frase di un passaggio che sto per citare ci fa pensare ora al contrasto di inedita e deplorevole ruvidezza andato in diretta il 28 febbraio tra Donald Trump e Vladimir Zelensky:

“Ma qui è diverso”, lo interruppe Nicholas, “e credo che lei lo sappia: non si tratta del solito contrasto fra l’uomo e la sua immagine pubblica; si tratta di qualcosa di cui non si è mai parlato nella Storia, almeno per quanto mi risulta. La possibilità è che una persona del genere non esista affatto, eppure io l’ho vista: mi ha salvato la vita”. Sono risalito quassù, comprese Nicholas, solo per imparare due cose: che Talbot Yancy non esiste, come avevamo sempre creduto, e che invece esiste e che è abbastanza reale da distruggere due spietati plumbei veterani, due professionisti i quali, in mancanza di un’autorità in grado di fermarli, di frenarli, avrebbero obbedito agli antichi stimoli e mi avrebbero ucciso senza la minima esitazione”.

Questo tema del contrasto tra l’uomo e la sua immagine pubblica, oltre allo specifico litigio dinanzi alle telecamere e divenuto poi virale tra i due Presidenti della nostra realtà, rimanda alla trattazione del saggista Joshua Meyrowitz, che in “Oltre il senso del luogo” ha indicato l’abbattimento dei confini tra la ribalta dell’uomo di potere e il suo retroscena, analisi che è lo sviluppo dell’intuizione precedente di un altro grande eminente sociologo, Erving Goffman, autore appunto di “La vita quotidiana come rappresentazione”, in cui stabiliva come la costruzione sociale della realtà passi attraverso la fisiologica, per così dire, contrapposizione tra retroscena e recitazione pubblica di un ruolo: una dinamica in cui ognuno di noi è diciamo avviluppato ma che quando, nell’era dei mass media, ha riguardato i leaders politici (come ha scritto Meyrowitz), per la prima volta esposti visivamente allo sguardo pubblico, ha segnato un mutamento epocale nella percezione del potere stesso, paradossalmente determinando una fragilità di questi personaggi alle prese con le relative, nuove, pressioni e con l’esposizione di qualche imperfezione, e servì uno sforzo di adattamento prima che i potenti, ciascuno in misura diversa, riuscissero a gestirsi trovando a loro volta il modo di dominare il mezzo volgendolo a loro favore nell’opera di manipolazione dell’opinione pubblica.

“Oltre il senso del luogo”, saggio di Joshua Meyrowitz.

Di fatto Lantano in “La penultima verità” assurge a protagonista vagamente messianico nella seconda parte del romanzo, anche se perdurano i dialoghi, e con essi le ipotesi e i tentativi di accordo, tra i personaggi più importanti, di cui cogliamo anche pensieri e impressioni soggettive, tranne appunto dei due caratteri più impenetrabili, nel male e si spera nel bene, che sono rispettivamente Stanton Brose e David Lantano. Adams dal canto suo è abile ma incerto e sembra rappresentare, come detto, il Dick che più si mette in discussione. Lindblum, se restiamo nel novero delle “figurine” dei Presidenti, può ricordare un Lyndon Johnson (di cui con ben altra profondità David Foster Wallace fornisce un impagabile ritratto in “Lyndon”, uno dei racconti dell’antologia “La ragazza dai capelli strani”) che qui ci lascia la pelle come “delfino” di Brose (non di Kennedy). E Foote, benchè gli investigatori di solito siano invischiati nelle trame che dovrebbero sciogliere finendo con l’essere loro stessi degli ambigui anti-eroi, in questa storia sembra invece una sorta di coscienza critica (come scrive nell’introduzione Carlo Pagetti), e non a caso Dick lo dota di un potere da precog(nitivo).

Lo stesso investigatore Webster Foote riflette a pagina 158-159 su quello che è il suo dovere, e che è anche quello di Phil Dick: consapevolmente ci tiene tutti sulla corda mentre leggiamo, ma lui stesso – secondo la mia tesi – procede in buona parte “a braccio”, o, nel linguaggio dei gialli stereotipati, “brancola nel buio”, forse, e al contempo si diverte a rischiare, perché sa di dovere (e potere) prendersi la responsabilità di guidarci con mano certa fino allo scioglimento dell’intreccio, pur non essendo ancora sicuro di poterlo fare, col gusto di scoprire lui stesso man mano quale esattamente sia la direzione da far prendere alla storia, o quella che i suoi personaggi, muovendosi quasi motu proprio, determineranno da soli. Ecco il paragrafo:

Eppure il suo lavoro esigeva che proprio lui fra tutti trovasse un senso compiuto. Se non ce la faceva lui, chi mai lo avrebbe fatto? Nel frattempo, decise Foote, non dirò niente a Brose, o meglio gli dirò quel minimo che mi consenta di andare avanti. La sua intuizione, la sua precognizione da precog, rimaneva. Non giovava a nessuno, nemmeno a lui, informare Stanton Brose dei fatti al momento accertati, poiché Brose, ed era questo che lo metteva così tanto a disagio, poteva sapere che cosa significassero e poteva anche sapere come regolarsi di conseguenza”.

Ecco: come si vede, si deve evitare che il lettore si regoli e perda l’impulso di sfogliare le pagine, deve restare ancorato alla narrazione, dove è tutto è ancora possibile e non c’è una mossa risolutiva e la tensione si propaga di passaggio in passaggio. E comunque è Dick stesso, attraverso i pensieri di Webster Foote, a rendersi conto che se non ce la faceva lui, lo scrittore di fantascienza più psichedelico del secolo, a trovare un capo in tutta questa matassa che è il romanzo “La penultima verità”, chi avrebbe potuto farlo? E quando Webster Foote si propone di non dire niente a Bruce o giusto quel minimo che gli consenta di andare avanti, noi possiamo interpretarlo metaletterariamente nel senso che Dick, narratore del tipo onnisciente, ma forse solo in teoria, ci dice solo quel minimo che in quel capitolo ha deciso e che ci trascina nella lettura, ipnotizzati da questo ritmo sincopato di ipotesi contro ipotesi, minacce e ombre, disseminate nel romanzo nelle varie gustose alternanze tra i personaggi; e non possiamo indovinare la soluzione dell’intreccio come si farebbe con un giallo tradizionale, perché questo è un thriller giallo di Fantascienza socio-politica, e pertanto sfugge decisamente alle regole, tanto che solamente l’estro acrobatico di Philip Dick può trovare uno sbocco decisivo al termine del “pasticciaccio” (diremmo riecheggiando Carlo Emilio Gadda e il suo, di caso irrisolto) di dati, personaggi e suggestioni che lui stesso ha almanaccato.

D’altronde, sia l’aspetto complottista della trama, sia la forte componente satirica nei confronti di ciò che il sociologo Charles Wright Mills chiamò “L’èlite del potere” (testo del 1956 citato da Dick stesso nel suo “Il sognatore d’armi”) si intrecciano alla riflessione sulla realtà consensuale che era un suo tema portante nonchè una sfida alla coscienza di massa. E i mass media, sia reali (radio, TV) che le loro versioni futuribili, sono un ottimo strumento di condizionamento, le cui derive in chiave spettacolare sono spesso, nelle distopie moderne e postmoderne, una disfunzione che supplisce in modo grottesco al decadimento dei tradizionali apparati politico-istituzionali.

È così che la propaganda, in tempo di pace o di guerra, come categoria liminale tra realtà ontologicamente incerta e orditi di menzogne decisi dall’alto, acquisisce questa rilevanza nell’opera di Dick, che tuttavia, a parte alcuni destabilizzanti contatti ravvicinati con agenti federali, non riuscì mai, neanche quando scrisse sua sponte a un funzionario dell’FBI, a capire come funziona davvero il potere da dentro. Per questo nel dibattito su di lui, quasi a ogni affondo critico verso la politica e le sue illusioni risponde spesso qualche voce a ricordare la sua tendenza paranoica o simili imprecisate alterazioni neurologiche, che sono state approfondite nel saggio a lui dedicato “L’uomo che ricordava il futuro”.

La paranoia è una patologia che, a differenza della schizofrenia, porta chi ne soffre a vivere spesso in difesa, pensando di essere minacciato da oscuri agenti esterni che sono nemici magari non dichiarati, subdoli. Al contempo, un paranoico può essere considerato tipicamente una persona che ha una certa vivacità intellettuale o esuberanza la quale può attirargli invidie od ostilità varie, ma anche un tipo che può respingere con coraggio questi nemici, opporsi a manifestazioni personali o impersonali negative, che nel caso di Dick ma di tutta una generazione avevano a quell’epoca preso il volto di Richard Nixon o del senatore McCarthy, odiose e infestanti ombre oppressive o persecutorie che si allungavano sull’American Dream

Titolo di The New York Times: “Nixon si dimette. Ha urgente bisogno di un periodo di “guarigione”. Ford si insedierà oggi.

Forse, a proposito di conformismo e propaganda – un binomio in cui attualmente siamo piuttosto invischiati – vale la pena di di citare una riflessione di Adams, rimasto abbandonato nella stanza da Lindblom che non ha voluto appoggiarlo in un suo discorso al cospetto del potente e disgustoso Brose, e che quindi lascia la discussione e se ne va impettito. Il passaggio che segue è questo:
“Ma non poteva biasimare Lindblom se era cosi sconvolto, perché tutti gli uomini yance avevano quella vena in comune: erano egoisti, avevano trasformato il mondo nel loro parco personale a spese di milioni di uomini che abitavano nei formicai. Era sbagliato e loro lo sapevano e si sentivano in colpa. Non era abbastanza da spingerli a liberarsi di Brose e lasciare risalire quei disgraziati dal sottosuolo ma era sufficiente per trasformare le loro serate in una straziante agonia di vuoto e solitudine e a rendere invivibili le loro notti”.
Ecco: questo, all’inizio del nostro fin troppo reale Marzo 2025, fa pensare, a proposito di trasformazione del mondo in un parco personale, alle proiezioni – a mezzo di A.I. e sotto forma di video spot fatto realizzare da Trump e diffuso poi dalla Casa Bianca – di quella che è una visione crassa, godereccia e ultra-coatta… non più di Gaza ma della Trump Gaza. Una terra insanguinata trasformata in una riviera sommersa da una ondata decorativa d’oro, di pin ups barbute (magari no, grazie!) e di miscugli di salse piccanti. Eppure, gli analisti devono sopravvivere (anche a questo) ed elaborano quindi modelli esplicativi per cercare di rendere conto magari non della aleatoria percentuale di plausibilità dell’idea (cui prodest? Come si diceva prima del costruttore Runcible: fa ciò che fa per umanitarismo o solo per interesse?) ma per smontare il meccanismo logico: il prof. Davide Bennato, ex mio compagno di corso all’università, indica che in quel video è all’opera un dispositivo mentale chiamato “finestra di Overton” (dal nome del sociologo che l’ha concettualizzato), che può determinare lo spostamento di un’idea attraverso un range di categorie che vanno da “inconcepibile” a “estrema”, via via fino a “diffusa” e “legalizzata”. Un collega di Overton, Joseph Lehman, in un’intervista al New York Times, disse: “Spiega soltanto come le idee diventano o passano di moda”, anche se è chiaro che gruppi politici di opposti interessi lottino per far sì che una certa idea rientri in una “finestra” di accettabilità sociale o, viceversa, ne restino fuori, rigettate. Che un giorno forse lontano Gaza possa diventare un luogo felice può essere una suggestione positiva, ma il “tono” usato nel video diffuso dall’equpe di Trump attualmente non solo porta a rigettare quella visione, ma ispira proprio un senso di rigetto ccome voltastomaco. Vedremo se ora questa mia nota verrà censurata.

Esiste una giustizia? Quella umana funziona? Uhm, non troppo spesso, direi. E quella divina esiste e ci consola nel nostro percorso terreno in questo purgatorio esistenziale in cui la Destra-Destra ci ammorba e le invidie e la malignità spicciole ci creano inciampi? Philip K. Dick, questo narratore estroso che sembra inventato da sè stesso (l’ha fatto davvero: in sostanza è lui l’autore di “La cavalletta non si rialzerà più”, libro nel libro, contenuto in “L’uomo nell’alto castello”, castello che poi era la trasfigurazione finzionale del tugurio degli attrezzi agricoli in cui s’era confinato per quieto vivere a scrivere durante il tormentato matrimonio con Ann, compagna colta ma un po’ castrante), ci configura, come dicevo prima, un altro versante di David Lantano: un sembiante fantasmagorico che… ispira nelle pagine precedenti Nicholas Saint James a fare delle citazioni che suonano quasi bibliche (non le riporto per non spoilerare troppo); ricordiamo che P. K. Dick in alcune sue crisi più o meno mistiche aveva avuto nel corso della sua vita l’impressione di padroneggiare lingue che non pensava di conoscere (una volta, negli ultimi anni della sua vita, si sbagliò giudicando sorprendente che conoscesse il tedesco, quando invece era una lingua che aveva sempre padroneggiato e usato anche in narrativa) come il latino o il greco, quindi effettivamente qualche tipo di precognizione o illuminazione per vie prevalentemente oniriche l’aveva avuta. Sicuramente fu così quando riuscì a salvare la vita del piccolo figlio Christopher diagnosticandogli un male che altrimenti avrebbe portato il piccolo alla morte – i medici confermarono le sue impressioni. Un episodio positivo che va ascritto a Dick e che aumenta il fascino che aleggia intorno alla sua figura. In “questo romanzo”La penultima verità”, quando Nicholas St. James formula queste due citazioni, che non si sa bene se siano bibliche o meno ma che suonano come tali, a noi lettori viene da pensare che lo scrittore abbia voluto fare in qualche modo una sorta di parodia di se stesso o comunque abbia voluto proiettare questo suo tratto, dell’intuizione di lingue o testi a lui precedentemente ignoti, e quello dell’aspirazione alla manifestazione di un principio divino, su un personaggio creato dalla sua penna. Ovviamente, fece molto di più, in questa chiave, nella cosiddetta trilogia di “Valis” e anche nell’impressionante, poderosa, mole di appunti nota col titolo di “L’Esegesi”.

La sua visionarietà era nutrita di idee particolari che derivavano appunto, come dice Carrère, dalla sua ìdios koinos cioè dalla sua visione personale mentre invece il koinos cosmos, cioè la visione comune, la vulgata, l’opinione della maggioranza, veniva considerata da Dick come un qualcosa che lo poteva attrarre nei momenti in cui provava vertigine ma da cui molto spesso rifuggiva con un senso di repulsa, preferendo identificarsi coi radicali di Berkeley piuttosto che con il conformista americano medio, tanto da ritrovarsi in una certa fase a compiacersi del fatto di essere anche un po’ paranoico – o era in fondo solo più “vivo” di altri, appunto?

P. K. Dick aveva queste queste urgenze, quelle di essere “vivo”, di essere LO scrittore di Fantascienza, il più visionario, e di sopravvivere scrivendo (e amando le sue venerate ragazze magre e di solito brune – lo capisco benissimo e avrei anch’io le mie “esegesi” da scrivere al proposito e probabilmente già ho iniziato) e quindi magari non era il caso e che si attardasse troppo a rifinire dal punto di vista letterario la sua prosa perché aveva anche la necessità comunque di portare i romanzi a una conclusione, quindi, se teniamo presente tutte queste esigenze, il livello del suo output, cioè dei suoi risultati letterari, è sempre stato sopra alla media, proprio perché aveva di base una fantasia straordinaria che nutriva di tematiche potenti; aveva da dire qualcosa di assolutamente profondo e innovativo che lo poneva al di là di una massa di scrittori che tutto sommato sfornava storie fantascientifiche più convenzionali. Lui stesso però si diede un po la zappa sui piedi quando, a margine del suo racconto ospitato nell’antologia curata dal collega Harlan Ellison, si volle presentare come uno scrittore-artista attanagliato da ansie e paranoie e incline anche a usare qualche sostanza psicoattiva per rendere più vivida la sua immaginazione. Quando in un momento di esuberanza creativa e di relativa felicità personale, mentre era sposato con la giovane Nancy Hackett, si lasciò andare a questo suo autoritratto, contribuì certamente con incoscienza ad alimentare una dangerous vision (dal titolo appunto dell’antologia curata da Ellison; vedi foto) di sè stesso come di uno scrittore che aveva un’esistenza fuori dalle righe e che magari soprattutto per questo motivo riusciva a partorire opere così eccezionali e così stravaganti.

L’antologia curata da Ellison
in cui è contenuto un racconto di Dick
e una sua autopresentazione azzardata.

La sua dote fondamentale era invece la grande creatività unita alla capacità speculativa, nonché a una grande umanità. Curiosamente, il desiderio di bene (che in “La penultima verità”, ad esempio, gli fa scegliere narrativamente che la ragazza paleoantropologa sia morta davvero per un’insufficienza cardiaca e non per omicidio) tanto si accompagna al desiderio di stupire che tale ambizione poteva farlo essere un po’ “ratto”, come scrive Carrère, ovvero divertirsi a manipolare l’interlocutore in conversazioni erratiche in cui spaziava tra vari argomenti, fino a farlo essere spaventosamente borderline tra cinismo e pessimismo, come quando elaborò uno dei suoi capolavori, “Le tre stimmate di Palmer Eldritch”, un personaggio divino ma al negativo, dotato di un potere assoluto che condiziona tutta la nostra realtà o che forse è responsabile sin dall’inizio di questa realtà che a volte ci si presenta come fosca e infida, pervasiva e persecutoria, eppure che al tempo stesso dota tutto di quel principio unificatore che l’uomo disperatamente tende a ricercare. Eppure è altrettanto chiaro che lui temeva uno sviluppo del genere: la conferma della teoria complottista per eccellenza; temeva questo come persona fondamentalmente buona e molto sensibile che era spaventato da ciò che sin da ragazzo provava a causa dello shock per la perdita della gemellina, e che non riusciva a trovare durevoli compensazioni a questo (anche per i suoi errori) nelle donne giovani e affascinanti che con tanto trasporto inseguiva e amava. 

Avendo Dick stesso, deus ex machina, la tendenza a non concludere i romanzi perché aveva sempre la tentazione di aggiungere qualche coda per cercare di ribaltare in extremis le sue visioni, allora ecco che in questo caso posso anticipare, senza spoiler, che il finale di “La penultima verità” effettivamente resta aperto: tutto sommato si può considerare positivo, ma non non c’è un personaggio che in maniera univoca prevalga o che delinei una nuova configurazione netta, un nuovo scenario mondiale che sia stabile, quindi restiamo un po’ interdetti, l’incertezza è solo in parte sciolta. Possiamo apprezzare come questa volta Dick abbia costruito uno sbocco possibilista, non drammatico come ci si poteva aspettare, sulla falsariga dell’ormai proverbiale “Stai scherzando con la Terza Guerra Mondiale” (lo diranno le mamme a tavola ai bambini vivaci che non mettono il tovagliolo a tavola? Lo so, che forse non fa ridere) del nostro autentico 2025, non quello preconizzato dal romanzo. Ed è quello che naturalmente ci auguriamo anche noi, a cui un giorno ci vien detto che è in cantiere una sorta di “pace dei cattivi” e poco dopo l’aspetto malsano di questa pace ossimorica si rovescia in un’esplosione di tensioni personali al limite dell’isterismo. Di giorno in giorno, di ora in ora, le cose sembrano cambiare, ben più velocemente di quanto avveniva in passato quando i mutamenti si avvertivano da un secolo all’altro oppure, nel Novecento, da un decennio all’altro; eravamo entrati già da tempo in un’era diversa, ma ora con la spregiudicatezza dei caratteri personali dei leader (diciamolo: dittatori o simil-sovrani) e le nuove, ulteriori, innovazioni tecnologiche che io continuo a considerare enormemente perniciose – mi riferisco all’A.I., ovviamente – siamo entrati in una vertiginosa spirale di tendenze autoritarie sfacciatamente esplicite con un codazzo di materialismo, qualunquismo e volgartità di massa che costituiscono l’impalcatura trionfante del nuovo ordine politico mondiale di Destra-Destra; per me che nel mio piccolo sono uno scatenato scrittore di distopie tanto sconcertanti quanto grottesche e tragicomiche, c’è molto da imparare: tutto ciò ci sta conducendo in territori inesplorati e si tratta di incrociare le dita e sperare che comunque si possa vedere sempre le cose nella loro angolazione meno traumatica, cioè che si possa sperare che se si firmerà per una pace non idilliaca, che sia almeno, in prevalenza, un accordo non umiliante per i più deboli e che comporti il cessate il fuoco e la fine dei tormenti per le varie popolazioni coinvolte in questi lunghi conflitti che, pur non ignorando noi la rapacità di certi leaders coinvolti in complesse dinamiche geopolitiche, anzi proprio per questo, appaiono sempre in buona misura insensati. Forse è questa l’ultima verità, ma è spesso calpestata.

il7 – Marco Settembre